Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

La scuola di oggi tra libro e schermo

Scritto da Tore Obinu | 12 novembre 2011 | Oltre i fatti
Mercoledì 3 novembre, sul treno da Parma a Bergamo, in un vagone di seconda classe, mi fanno compagnia sette persone. Le due più anziane, me compreso, leggono libri o quotidiani in formato cartaceo; le sei più giovani – studentesse o studenti universitari, a quel che pare – leggono e scrivono anche loro; non su carta però, ma su uno schermo, piccolo o grande, sensibile al tatto: iphone, e-book reader, ipad, tablet, notebook, ecc. Va avanti così per tutto il viaggio: si legge, si scrive, si cercano dati e informazioni, ciascuno però col suo strumento preferito: la carta per i più vecchi, l’elettronica per gli studenti universitari, che sfogliano, studiano e ripassano sullo schermo di un apparecchio digitale. Quella appena descritta è oggi una situazione comunissima: il supporto con cui si interagisce – cartaceo oppure digitale – non solo rivela la fascia d’età di chi lo maneggia ma ci avvisa anche che la “rivoluzione digitale”, questa quarta rivoluzione in corso sotto i nostri occhi, sta irrompendo anche a scuola e all’università, nei luoghi cioè dove più a lungo si conservano il sapere e le pratiche tradizionali della sua trasmissione.  
 
E' chiaro che si tratta ormai di un fenomeno del tutto irreversibile anche se ha riguardato finora soprattutto i giovani. In questa fascia d’età, infatti, che va dai cinque ai trent’anni, l’uso di mediatori digitali tocca oggi quasi tutti gli ambiti della vita: con lo smartphone, il tablet o il computer si legge, si studia, si telefona, ci si muove nel traffico (navigatore satellitare), si ascolta musica, si filma, si fotografa, si mixano filmati e fotografie altrui, si scrive, si controlla il conto bancario, si fanno acquisti e pagamenti, si compra un biglietto per il teatro o per l’aereo, ci si sente e ci si vede con gli amici. Può davvero la scuola tenersi fuori da questa “rivoluzione”? Non pochi tra gli operatori scolastici sono di questo avviso. Certo, si tratta sempre e solo di professori: essi pensano infatti che la scuola non deve inseguire le mode; che a scuola serve un pensiero “profondo”, un’alta capacità di concettualizzazione, mentre le nuove tecnologie sono invece dei distrattori formidabili. I docenti più talebani arrivano a dire che si tratta solo di dispositivi di controllo sociale, di aggeggi che violano la privacy, che raccolgono in modo fraudolento preferenze e orientamenti d’acquisto (facebook su tutti). E c’è anche del vero, in tutto questo. Ma bastano, questi dubbi, a tenere il digitale lontano dalla scuola? Quale prezzo si pagherebbe, per questa distanza? Non sarà invece che i professori sono tecnologicamente impreparati e temono di sfigurare dinanzi a ragazzi che, in tema di nuove tecnologie, ne sanno ben più di loro? Gli alunni delle Superiori già considerano del tutto avulsi dalla vita molti aspetti della didattica tradizionale. Vedere che la scuola esclude le nuove tecnologie, che per loro sono invece pane quotidiano, non li convincerebbe dell’insignificanza, dell’irrilevanza di un insegnamento “invecchiato” e antimoderno? La mente dei “nativi digitali”, cioè di quelli che nascendo hanno già trovato internet a casa e ci sono cresciuti insieme, è stata infatti profondamente modellata da questo mezzo. Costringerli a farne scolasticamente a meno non è come obbligarli a esprimersi di continuo in una lingua straniera? Ma, d’altro canto, è giusto e proficuo usare le nuove tecnologie per mediare ciò che, per sua natura, non ammette tali mediazioni? E se la dispersività del mezzo, specie di uno schermo digitale, finisse per distruggere la ricchezza e la profondità del messaggio?