Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

La testimonianza di Rossella Urru

Dietro quel rapimento la sofferenza di un popolo

Scritto da Laura Contini | 27 luglio 2012 | Dialogo culturale
Cerchiamo di capire chi sono i Saharawi, un popolo che da 37 anni vive come profugo in una striscia di deserto algerino e verso il quale Rossella era impegnata con progetti umanitari
 
In questi ultimi giorni abbiamo tutti sentito parlare di Popolo Saharawi in occasione della liberazione della cooperante sarda Rossella Urru, avvenuta il 18 luglio a seguito di un lungo rapimento avvenuto la notte fra il 22 ed il 23 ottobre del 2011 a Rabouni, nei campi profughi Saharawi. Rossella lavora per una delle principali organizzazioni non governative (Ong) il Cisp (comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), coordinatrice in Algeria del campo profughi per rifugiati saharawi. Nella sua ultima missione si occupava fra l’altro di progetti per il miglioramento degli aiuti umanitari e per la salute infantile. Pochi sanno però chi è il Popolo Saharawi e quali siano le vicende che li hanno condotti a vivere da 37 anni in una striscia di deserto algerino nei pressi di Tindouf, organizzati in immensi campi profughi. I Saharawi abitano lo Stato del Sahara Occidentale, a sud del Marocco, sull’Oceano Atlantico, colonia spagnola fino al 1975. Nel 1973 i Saharawi fondano il Fronte Polisario (Fronte Popolare di liberazione di Saguiat-al Hamra e Rio de Oro) per combattere gli Spagnoli ed ottenere l’indipendenza. Alla morte di Franco, nel 1975, la Spagna cede il Sahara Occidentale al Marocco ed alla Mauritania che lo invadono trovando solo l’opposizione del Fronte Polisario, mentre la popolazione civile cerca rifugio nel deserto algerino.
 
 
 
 
Nel 1976 l’ONU condanna quanto accaduto ma, non segue un intervento concreto ed i Saharawi ottengono solamente il riconoscimento, da parte di 74 Paesi della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica). Con l’abbandono del conflitto da parte della Mauritania, a seguito di un golpe militare, il Marocco intensifica la propria azione ed invade anche la parte meridionale del Sahara Occidentale innalzando un muro di circa 2700 km minato e presidiato dai militari, a difesa dei territori occupati. Nel 1988 viene istituita la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) e stabilito un piano di pace.
Gli scontri però non si placano e continuano fino al 1991 quando Marocco e Fronte Polisario trovano un accordo per la tregua e fissano il referendum per il gennaio 1992 secondo le liste del censimento spagnolo del 1974. Il referendum non è mai avvenuto e attualmente, dopo anni di attesa e di attività non violenta, la popolazione non ha ottenuto ancora alcun risultato.
Nel 2005 i Saharawi residenti nei territori occupati tentano una sollevazione non violenta che viene però duramente repressa dal governo marocchino e solo in seguito alla liberazione di un notevole numero di prigionieri marocchini da parte del Fronte Polisario il clima è ora più disteso, anche se periodicamente non mancano di tensione e scontri. I campi profughi dei rifugiati Saharawi si trovano, in una zona desertica chiamata Hammada (in arabo “sofferenza”) che da l’idea delle estreme condizioni climatiche ed ambientali in cui risulta difficile qualsiasi attività produttiva e che, nonostante l’autonomia che l’Algeria ha conferito alla Rasd, e l’efficiente organizzazione interna, costringono i circa 165.000 Saharawi  che vi si sono rifugiati a dipendere dall’aiuto alimentare internazionale.
All’interno dei campi, organizzati in wilayas, (provincie) le donne hanno assunto negli anni un ruolo fondamentale, (essendo la maggior parte degli uomini impegnata nelle attività militari) dando vita a forme di autogestione ed assicurando alle bambine parità di opportunità rispetto ai maschi sia scolastiche che professionali.
Nonostante ciò tanto resta ancora da fare affinché termini l’esilio di questo popolo e possa finalmente tornare alla sua terra.