Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Sul grande schermo il Cristo sardo di Columbu

Scritto da Mariangela Brisi | 10 dicembre 2012 | Dialogo culturale
Che volto aveva Gesù di Nazareth? Tralasciando le suggestioni dell’uomo della Sindone, in tanti hanno cercato di dare un volto al Cristo che 2000 anni fa calcò la dura terra di Palestina. Indimenticabile lo sguardo del Gesù di Nazareth di Zeffirelli, segnato dalla vita di strada e dalla povertà il Cristo di Pasolini. Nessuno finora aveva pensato ad un Cristo che avesse la fisionomia di un pastore sardo. Ed è proprio questo il ritratto che ci dà il regista Giovanni Columbu nel suo ultimo lavoro Su Re, in concorso al TorinoFilmFestival, celebratosi nel novembre scorso. Un progetto innovativo e anticonformista, che regala ai passi evangelici la dura veracità della lingua di Sardegna. «L’idea di questo film racconta Columbu nasce quindici anni fa, un giorno in cui mi trovavo a Roma ad una mostra sulla Sacra Sindone. In quell’occasione, fui colpito da una tavola che riportava su quattro colonne i brani dei quattro Vangeli che descrivono i patimenti inflitti a Gesù. Fu allora che pensai ad un film che raccontasse i passi paralleli del Vangelo, reiterandone e intrecciandone le scene». Per raccontare il Vangelo della Passione in maniera accurata e senza sbavature, il regista sardo si è avvalso della Consulenza della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, nella persona di don Antonio Pinna, docente di Sacra Scrittura. 
 
 Un progetto che lo stesso don Antonio definisce « innovativo, arduo e coraggioso». «Innovativo perchè sceglie di riportare le “differenze testimoniali” dei quattro Vangeli, a loro volta portavoce di quattro differenti ambienti o comunità. Arduo perchè se un tale “confronto sinottico” è supportato a livello accademico era invece del tutto non praticato nel mondo del cinema. Coraggioso perchè conseguenza logica dell’impostazione del regista era che il suo film fosse stato memoria di una “quinta” comunità, simbolicamente erede delle “quattro” comunità evangeliche del Nuovo Testamento». Il film, dalla fotografia fortemente influenzata dall’analoga esperienza pasoliniana, si rincorre attraverso veloci flashback, sul filo della memoria, su una terra di Sardegna, aspra, rocciosa, dove si muovono figure severe, coperte da cobanos neri, e figure di donne dal viso stretto dal dolore, inclini a s’atitidu, il lamento funebre. Il racconto della Passione, più che dal luogo trae forza soprattutto dall’impiego della lingua sarda. Una scelta, che, come afferma don Pinna «nasce non da una accondiscendenza circostanziale a tendenze regionali, ma dalla logica teologica contenuta nelle stesse premesse del progetto. Il film arriva così a dare espressione artistica alla convinzione dell’ultimo Concilio Plenario Sardo secondo cui la fede non è autentica se non è anche inculturata, radicata e innestata nella linfa della storia del popolo che la accoglie». Un Gesù che parla in sardo, con una forza che colpisce alle viscere e al nostro cuore di isolani ma che, alle orecchie di chi non parla la nostra lingua antica, ricostruisce comunque un ritratto di Cristo credibile e forte. Peccato che il film non abbia ricevuto il sostegno economico statale proprio perchè girato in una lingua diversa da quella italiana: una miopia risanata, ad ogni modo, dalle libere offerte di numerosissimi comuni della Sardegna, privati cittadini sardi e persino dei Centri di Salute mentale della Sardegna. Tutti convinti che il Cristo in lingua sarda dovesse trovare voce. E un volto.
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