Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa
Rubriche
Dialogo locale27 luglio 2010 Letto 33 volte
Non capita mai che una zona di proprietà del demanio, in concessione da diversi anni, ritorni alla fruizione pubblica. Qualche volta questo può succedere. È quanto accaduto agli scogli de”Las Tronas”meglio noto come “Il Riservato”. Quest’anno la porzione di cemento è, inaspettatamente, tornata ad essere frequentata dai cittadini che amano il mare non condizionato. Tolto alla pubblica disponibilità dieci anni fa, “Il Riservato” è stato oggetto da sempre di contestazioni da parte dei cittadini che sono stati “cacciati” da quello che per generazioni era stato il loro mare, dove erano cresciuti i loro figli. Anni e anni di lotta con articoli sui giornali, servizi televisivi, denunce alle autorità competenti, continui interventi delle Polizia Municipale e della Capitaneria di porto, sino ad arrivare lo scorso anno alla denuncia da parte delle associazioni ambientaliste per il tentativo, bloccato sul nascere, di una nuova cementificazione dopo i danni delle mareggiate dell’inverno 2009. Anche lo scorso inverno la zona è stata messa nuovamente a dura prova dalle tempeste che hanno continuato a corrodere il cemento che passo dopo passo sta lasciando il posto allo scoglio sottostante. 
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Dialogo culturale27 luglio 2010 Letto 35 volte
L’antichità classica ci lascia solo l’imbarazzo della scelta. Catullo, per esempio. Il perché è presto detto: prendete una qualsiasi delle edizioni economiche delle poesie catulliane (dagli Oscar Mondadori agli “economici” de La Spiga), e leggetevi una delle sue più celebri liriche, lontana apparentemente da riflessioni esistenziali: “Viviamo, mia Lesbia, e amiamo” (le poesie antiche non avevano titoli: li prendevano dal primo verso). I versi 4, 5 e 6 vi sveleranno il perché di questa scelta: “Il giorno può morire e poi risorgere,/ ma quando muore il nostro breve giorno,/ una notte infinita dormiremo”. C’è qui il senso del limite di una cultura pagana e laica insieme, tesa al soddisfacimento dei propri desideri, alcuni dei quali degni e nobili, ma pur sempre legati al passeggero, al destinato a finire. Incombe il senso del lutto anticipato, senza una speranza in qualcosa di assolutamente altro. Abbiamo parlato della “Commedia”, e allora rimaniamo in tema dantesco: portate con voi una qualsiasi edizione economica delle “Rime” (Mondadori, o Mursia, che include anche la “Vita Nuova”): vi accorgerete che in alcune di esse spira il soffio della modernità. Un esempio? Prendete il sonetto dal celebre incipit “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”. È di una attualità sorprendente. Per attualità si intenda non solo le cose dell’oggi, ma le aspirazioni, anche quelle nascoste per pudore. Qui è celebrato il sogno di una fraternità di amici (tre: Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, altro poeta della cerchia stilnovistica) che possa durare per sempre, oltre gli interessi materiali che già allora dominavano i comuni. Che differenza con il cupo rincorrere il piacere di Catullo! In Dante il sogno di una fraternità eterna è anticipazione di ben altra eternità. 
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Oltre i fatti27 luglio 2010 Letto 43 volte
“Noretta” riposa ora nel piccolo cimitero di Turrita Tiberina alle porte di Roma, accanto allo sposo, Aldo Moro. È finita, il 18 luglio, una sofferenza che mai l’aveva lasciata, come mai l’aveva abbandonata quella fede che aveva sostenuto la sua vita personale e quella con il marito e la famiglia iniziata nel 1945. Una persona riservata, che l’opinione pubblica ha conosciuto solo dopo il 16 marzo 1978 e soprattutto per le citazioni nelle lettere dalla prigione. “Mia dolcissima Noretta, dopo un momento di esilissimo ottimismo - scriveva Aldo Moro poco prima di essere assassinato dalle Br il 9 maggio 1978 - siamo ormai, credo, al momento conclusivo. C’è in questi istanti una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e ciascuno, un amore grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuna una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore”. Non si scrivono queste parole senza avere una fede robusta e condivisa, non si scrive così se manca un colloquio ad alta quota tra moglie e marito. C’è il passo di un’altra lettera che conferma la grandezza e la bellezza di questa intesa: “Ho solo capito in questi giorni cosa vuol dire aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Cristo per la salvezza del mondo”. 
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Fotosintesi27 luglio 2010 Letto 46 volte
... E se si faranno largo – e già si fanno largo – altre processioni, altri riti, uomini dediti ad altri dei? ...
 
Dialogo locale13 luglio 2010 Letto 36 volte
Sit-in dei sindacati di categoria di fronte alla casa comunale, allarme degli amministratori locali, una interrogazione parlamentare.
La chiusura del punto nascite all’ospedale Mastino di Bosa, al pari della sospensione dell’attività chirurgica programmata nelle strutture della città del Temo come al Delogu di Ghilarza ed al San Martino di Oristano, tengono alta la tensione sul fronte dei servizi sanitari.
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Dialogo culturale13 luglio 2010 Letto 24 volte
Alcuni componenti di Rondine, giovani che vengono da realtà in guerra e che studiano e vivono insieme, sono stati gli ospiti d’onore ad Alghero dal 22 al 26 giugno
 
Amistade – Amicizia l’anima della festa questo è il tema che ha caratterizzato le manifestazioni iniziata con un convegno sull’amicizia in cui gli studenti di Rondine con le loro intense storie e testimonianze di vita, hanno profondamente colpito il pubblico presente. Molto interesse è stato dimostrato nei confronti dell’utopiaconcreta di Rondine in cui la sfida è proprio l’amicizia, ben illustrata nell’intervento del Presidente dell’Associazione Franco Vaccari. Grande emozione ed intensità hano caratterizzato la serata della vigilia di San Giovanni. Dapprima con la Santa Messa celebrata sulla spiaggia dal Vescovo di Alghero-Bosa Mons. Giacomo Lanzetti, poi con il rinnovarsi a quasi 50 anni di distanza,dell’antica usanza algherese dei Fuochi e del rito della Comparazione sancita con un triplice salto del fuoco. Baio Conteh, studente sierraleonese, ed Elena Bevivino, dello staff dell’Associazione, Rouba Berbari, libanese, e Marwa Badarneh, arabo-israeliana, Ana Miocinovic, serba, e Armend Morina, kosovaro, Elad Morad, israeliano, e Dejan Prodanovic, bosniaco, Kama Katsiya, abcasa, e sua sorella Esma, il Prof. Franco Vaccari, Presidente di Rondine e Tonino Budruni, dopo il giuramento hanno saltato mano nella mano la striscia di fuoco per tre volte consecutive, suggellando così la loro amicizia e divenendo “compari” per tutta la vita. La simbologia del fuoco e del salto è ricca di grande valore simbolico e di parallelismi con l’esperienza di Rondine. Il falò dell’amicizia universale fa superare la stupidità della guerra, la scommessa e la sfida comune del superamento del fuoco rinsaldano il legame e la condivisione. Sono stati questi i presupposti con i quali gli organizzatori della Pro-Loco di Alghero Riviera del Corallo, che hanno lavorato intensamente per ripristinare la Festa di San Giovanni, hanno scelto come anima della festa i giovani di Rondine. Il dialogo, la fratellanza e l’amicizia sono i temi che gli studenti universitari hanno riproposto anche nello stand, allestito e gestito da loro con grande successo nel corso di tutta la manifestazione. La delegazione di Rondine, composta dagli studenti, dal Presidente Vaccari, dal Vice Presidente Fabbroni ed altri membri dello staff è stata anche ricevuta ufficialmente nella sede della Provincia di Sassari dalla Presidente Alessandra Giudici.
 
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Oltre i fatti13 luglio 2010 Letto 30 volte
Sono i giorni della manovra economica. Pochi ne mettono in discussione l’entità complessiva, ma tutti evidenziano che i sacrifici imposti al proprio comparto sono eccessivi e non sostenibili, soprattutto Regioni e Comuni.
Non senza ragione: le spese di questi enti assorbono circa 1/3 della spesa pubblica corrente, mentre la manovra chiede loro di sostenere i 2/3 dei sacrifici. Per converso le amministrazioni centrali contribuiscono per circa i 2/3 alla spesa complessiva, ma sono chiamate a sopportare solo 1/3 dei sacrifici richiesti. A onor del vero va detto che gli sprechi non sono un’esclusiva delle Regioni: i dati mostrano che la scuola e l’università, le false pensioni d’invalidità, la giustizia, le forze armate, l’apparato burocratico contribuiscono non poco alla dissipazione di risorse pubbliche.
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Dialogo locale25 giugno 2010 Letto 36 volte
È nata sulle ceneri dell’allora Comunità montana Marghine-Planargia, ma dopo tre anni di vita l’Unione dei Comuni del Marghine che mette insieme nove amministrazioni comunali del territorio, appare ancora alla ricerca di una sua identità. Stabilito il fatto che le funzioni del nuovo ente territoriale avrebbero dovuto mettere in rete servizi comuni per una loro gestione più razionale ed efficiente, nessuno di quegli obiettivi sembra oggi essere stato raggiunto. A lamentare questa inefficienza sono alcuni dei sindaci stessi che costituiscono l’assemblea dell’Unione e da tempo si sprecano gli appelli per un rilancio dell’istituzione senza la quale alcuni comuni potrebbero anche defilarsi definitivamente dalla nuova esperienza amministrativa. Che non manchino le difficoltà lo ammette anche il sindaco di Sindia Franco Scanu che da poco più di un anno presiede la giunta dell’ente. “Le difficoltà nascono dall’impossibilità di utilizzare i fondi regionali messi a disposizione, per coprire le spese del personale. 
 
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Dialogo culturale25 giugno 2010 Letto 36 volte
Saramago è stato soprattutto uno scrittore: nel “Vangelo secondo Gesù Cristo”, uscito nel 1991, egli compie un’operazione narrativa tutt’altro che nuova, perché il voler rileggere la vita del Salvatore con occhi umani (che poi sono spesso occhi apocrifi o gnostici) è tentazione piuttosto vecchiotta, da Renan a Tolstoj, dal filone socialista che vedeva in Cristo un liberatore dai padroni al Codice da Vinci fino al “Vangelo secondo Pilato” di Eric-Emmanuel Schmitt. Ognuno ha sponsorizzato un suo personale Cristo come se fosse l’unico originale. Solo che Saramago ha una forte propensione non tanto e non solo anticattolica, ma anti-religiosa, che lo porta a vedere come fumo negli occhi qualsiasi realtà di fede, organizzata e non. Perciò il Cristo del suo personale vangelo è l’opposto del Dio ebraico e cristiano, cattivo, cinico, senza pietà. Il forte sospetto è che l’antipatia per Israele sia dovuta soprattutto al fatto che questo stato sia nato con fortissimi connotati di identità religiosa. Saramago non sfugge alla contraddizioni, che dice di aver sempre evitato: due pesi due misure, sdegno per la satira contro Maometto ma nessun accenno alle satire feroci contro l’essenza stessa della fede cristiana. Anche qui il comunista puro e crudo cavalca la tigre laical-chic del corteggiamento della radicalità esotica che possiede il fascino della forza primigenia, contraddicendo il proprio amore per la libertà. Anche nel suo recente “Caino” non c’è nulla di veramente nuovo sotto il sole, se non il solito gioco interpretativo senza la fatica di inventare i personaggi, visto che la Bibbia ce ne dà uno parlandone tra l’altro poco e dandoci la libertà di scrivere quello che vogliamo. Soprattutto l’ateo Saramago non si accorge di essere assai vicino alle posizioni oltranziste, in senso religioso, di quanti, come i Catari, vedevano nella creazione del mondo, così impuro e dannato, l’opera di un dio del male. Saramago in realtà veniva da molto lontano: intanto dalla satira della Roma arcaica e dalla Grecia di scrittori come Luciano: gli Déi sono o invenzioni degli uomini, o sono bizzarre divinità senza morale, o ricordi (secondo l’evemerismo) di uomini potenti poi divinizzati. 
 
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Oltre i fatti25 giugno 2010 Letto 34 volte
“Il mistero del processo”. È un libello di Salvatore Satta da cui cito: “Ma il processo? Ha il processo uno scopo? Non si dica, per carità, che lo scopo è l’attuazione della legge, o la difesa del diritto soggettivo, o la punizione del reo, e nemmeno la giustizia o la ricerca della verità: se ciò fosse vero sarebbe assolutamente incomprensibile la sentenza ingiusta, e la stessa forza del giudicato, che copre, assai più che la terra, gli errori dei giudici”. Parole sconfortanti, e alle quali si potrebbe ribattere che compito del processo è quanto meno il tentativo della ricerca della verità. Esse mettono ben in evidenza, tuttavia, un fatto vero, ossia che la giustizia umana è la giustizia processuale, quella risultante dal processo e dalle forme e regole in cui esso si sostanzia. Ora, se già è difficile rendere (e ricevere) una giustizia, la più giusta possibile, con gli strumenti umani che abbiamo, si immagini quale abisso di ingiustizia celi il fatto di prescindere addirittura dalle regole del processo e di sentenziare senza e prima di esso. La nostra società pare si sia abituata a questa preventiva condanna mediatica (gogna) legittimata di solito con il diritto di essere informati. Non è un caso che nel dibattito sorto intorno al disegno di legge governativo sulle intercettazioni, volto a limitarne l’uso e l’abuso, si mettano in contrapposizione e si cerchi il bilanciamento tra l’art. 15 e l’art. 21 della Costituzione, ossia tra il diritto alla privacy e quello alla libertà di informazione e di stampa. In realtà, si ritiene che la questione sia ancora più importante e riguardi il principio di presunzione di innocenza sancito nell’art. 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. 
 
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