Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Quell'aula semideserta dice un vuoto più grande

Scritto da Stefano De Martis (Avvenire 19.5.2010, p. 2) | 19 maggio 2010 | Oltre i fatti
Ieri erano un centinaio, su 630, i deputati presenti in aula quando il ministro della Difesa La Russa ha riferito sull’attentato in cui sono stati uccisi due nostri soldati in Afghanistan. Neanche due settimane fa erano ancora meno ad ascoltare la relazione del ministro dell’Economia Tremonti sulla drammatica crisi finanziaria che a partire dalla Grecia ha sconvolto tutta l’Europa. E intanto si ipotizzano settimane corte o cortissime per l’attività dei due rami del Parlamento… No, evidentemente i conti non tornano. Si fa presto a lamentare una perdita di centralità dell’istituzione parlamentare quando la solenne aula di Montecitorio offre all’opinione pubblica lo spettacolo desolante di queste occasioni. Così è il Parlamento stesso che, letteralmente, si svuota di significato. E l’uso del verbo svuotare, in questo caso, non è solo metaforico.
 
Tutte le forze politiche, almeno a parole, si dicono convinte della necessità di apportare all’ordinamento istituzionale delle riforme più o meno incisive, più o meno strutturali. Il percorso di queste riforme, tuttavia, appare così accidentato anche soltanto a livello di dibattito pubblico che è lecito valutare con severo realismo la possibilità concreta di raggiungere in tempi ragionevoli risultati significativi in questo ambito. L’esigenza di un ammodernamento del sistema è però così sentita e profonda che il realismo non deve scivolare in uno scetticismo paralizzante. Si può, si deve sperare che la politica sia capace di un colpo di reni, di uno scatto in avanti che – senza la pretesa di confusi unanimismi – possa superare le contrapposizioni pregiudiziali tra partiti e schieramenti, in nome di un bene più grande. Eppure il tema delle regole, così decisivo, non può far dimenticare che in mancanza di comportamenti virtuosi – anche volendosi limitare, riduttivamente, all’accezione tutta particolare che questo termine ha in Machiavelli – non ci sono meccanismi e procedure che tengano. Lo dimostra la storia, anche recente, delle istituzioni e lo sostengono gli stessi studiosi di sistemi politici. Sì dirà che il discorso sulle regole e quello sui comportamenti non sono alternativi, che buone regole aiutano anche buoni comportamenti. Giusto. Ma è altrettanto vero che senza buoni comportamenti le regole migliori restano lettera morta, a volte addirittura producono paradossalmente effetti controproducenti. Di sicuro i comportamenti negativi – non soltanto quelli che riguardano la sfera del diritto penale – inducono nell’opinione pubblica – o per meglio dire, tra i cittadini di questo Paese – sentimenti di sconforto e disaffezione, se non di rabbia, che rischiano di minare alla base qualsiasi tentativo serio di riforma, se non vengono raccolti dalla politica come sfida e come stimolo potente. Purtroppo, le riflessioni pensose innescate dal forte astensionismo alle ultime elezioni regionali hanno avuto vita breve, una volta che si è esaurita l’onda dei commenti post voto. E ci si è riscoperti avviluppati dalla miseria delle cronache giudiziarie e parlamentari. Ma la gravità dei problemi che la politica è chiamata ad affrontare in questa fase impone un cambio di marcia, cominciando proprio dai comportamenti. Tornano alla mente le parole del cardinale Bagnasco, il suo sogno diurno: «Vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni».