Andai a fare un giro. Dio mio, ecco che riprendevo a vagabondare per le strade! Guardai le facce della gente attorno a me, e sentii che la mia era uguale alle altre. Facce senza sangue, facce tirate, preoccupate, smarrite. Facce sbiadite come fiori strappati alla radice e ficcati in un vaso. Dovevo andarmene da quella città.
[…]
Comprai un’auto, una Ford del 1929. Non aveva tetto, ma correva come il vento e quando smise di piovere cominciai ad andarmene spesso lungo la costa, su a Ventura e a Santa Barbara, giù a San Clemente e a San Diego, seguendo il nastro bianco della strada, sotto le stelle ammiccanti, con il piede sull’acceleratore e la testa piena di idee per un altro libro, una notte dopo l’altra, e tutte che mi parlavano di giorni di sogno a me sconosciuti, di giorni sereni cui non volevo pensare. Con la mia Ford esplorai la città, scoprendo vicoli misteriosi, alberi solitari, vecchie case cadenti, reliquie di un passato ormai svanito. Vivevo notte e giorno nella mia Ford, fermandomi soltanto a mangiare un hamburger innaffiato da un caffè in quegli strani posti di ristoro costruiti ai bordi delle strade. Questa sì che era vita: girare, fermarsi e poi proseguire, sempre seguendo il nastro bianco che si snodava lungo la costa sinuosa, liberandosi di ogni tensione, una sigaretta dopo l’altra, e cercando invano delle risposte nell’enigmatico cielo del deserto.
John Fante, Chiedi alla polvere, Einaudi 2004, pp. 204-205, 193-194.