Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

PLANARGIA. Un anno fa quel terribile incendio

Educazione e prevenzione per evitare che si ripeta

Scritto da Alessandro Farina | 14 giugno 2010 | Oltre i fatti
Era il 27 luglio del 2009, meno di un anno fa, quando un rogo sviluppatosi nella vallata di Modolo metteva a dura prova l’apparato della protezione civile ed i residenti di diversi comuni, visto che le fiamme sono arrivate a lambire anche, oltre a Modolo, le periferie di Flussio e Suni. Nello stesso giorno un altro incendio, sviluppatosi nell’agro di Tresnuraghes, raggiungeva prima la sommità e poi il lato a Nord di Monte Pira. Distruggendo vigneti, uliveti e frutteti nella vallata vicina alla borgata marina di Magomadas. Una giornata campale insomma, per il caldo soffocante e lo scirocco teso fino a sera, per la vasta area interessata dalle fiamme, per le decine e decine di persone ed i tanti mezzi impegnati nelle operazioni di spegnimento, per lo spavento di centinaia di cittadini che del fenomeno incendi avevano fino a quel momento solo sentito parlare in televisione o letto nei giornali. Ma che certamente non avevano mai avuto a che fare con pire alte diversi metri nell’orto di casa. Giornata campale vissuta poi dall’intera Sardegna, e che ha lasciato il tragico, ennesimo ricordo di diverse vittime. Come l’allevatore che cercava di salvare il suo gregge, unico mezzo per guadagnarsi faticosamente il pane quotidiano.
 
Difficile dire cosa resti oggi, anche in termini di prevenzione, di quella giornata. Le campagne, un tempo rigogliose ed economicamente produttive, per buona parte oggi non sono più coltivate. Erba e siepi crescono quindi smisuratamente, diventando facile esca del fuoco, appiccato da criminali (coscienti o incoscienti) forse troppo spesso definiti semplicisticamente piromani. Ma le ferite del 27 luglio 2009 sono tutte li, su un territorio che guarda spesso al turismo come a Cuba si guardava un tempo al caffè. Una monocultura economica, stagionale ancora di salvezza, che si sviluppa in un territorio dove però le attività tradizionali – come l’agricoltura appunto - diventano folclore, quando non semplice ricordo da fermare in bellissimi libri fotografici o statici musei. Perché la prevenzione non è solo fatta di periodici depliant esplicativi o campagne mediatiche, di stagionali nuclei antincendio o più o meno possenti forze aeree. Ma di presenza costante sul territorio, del riappropriarsi di una cultura, modellandola per quanto possibile alle necessità contingenti, anche economicamente appetibile. Un concetto, purtroppo, ancora troppo lontano dalla reale coscienza civile. Come dall’azione di una politica (a tutti i livelli) che cerca di governare il presente e rispondere alle emergenze, ma che non riesce, e non è riuscita, a guardare verso il futuro.