Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

“Noretta dolcissima”

Scritto da Paolo Bustaffa | 27 luglio 2010 | Oltre i fatti
“Noretta” riposa ora nel piccolo cimitero di Turrita Tiberina alle porte di Roma, accanto allo sposo, Aldo Moro. È finita, il 18 luglio, una sofferenza che mai l’aveva lasciata, come mai l’aveva abbandonata quella fede che aveva sostenuto la sua vita personale e quella con il marito e la famiglia iniziata nel 1945. Una persona riservata, che l’opinione pubblica ha conosciuto solo dopo il 16 marzo 1978 e soprattutto per le citazioni nelle lettere dalla prigione. “Mia dolcissima Noretta, dopo un momento di esilissimo ottimismo - scriveva Aldo Moro poco prima di essere assassinato dalle Br il 9 maggio 1978 - siamo ormai, credo, al momento conclusivo. C’è in questi istanti una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e ciascuno, un amore grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuna una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore”. Non si scrivono queste parole senza avere una fede robusta e condivisa, non si scrive così se manca un colloquio ad alta quota tra moglie e marito. C’è il passo di un’altra lettera che conferma la grandezza e la bellezza di questa intesa: “Ho solo capito in questi giorni cosa vuol dire aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Cristo per la salvezza del mondo”. 
 
 “Noretta” riceveva, leggeva e sicuramente rispondeva con una comunicazione inaudibile e invisibile agli estranei. Ha reagito alla politica e alle istituzioni come riteneva più giusto, s’attendeva un altro segnale, ha preso atto di un fossato incolmabile. È rimasta, anche in quella prova, riservata e nobile nell’umiltà. Molti anni dopo, presidente diocesano dell’Azione cattolica di Roma, l’ho incontrata più volte alle giornate festose dei ragazzi dell’associazione. Non ho mai chiesto del dopo 16 marzo 1978, mi sembrava poco rispettoso. Mi ero limitato a dire che avevo parlato a lungo con suo marito in un incontro nazionale dei capi scout a Roma: uno sguardo e una conversazione che il tempo non ha cancellato. Osservavo la signora Moro con i ragazzi della sua parrocchia, vedevo i tratti della tenerezza e della saggezza di chi considera i figli degli altri come figli propri. E in questo senso di responsabilità si rivelava una statura morale, culturale e sociale che apparteneva anche a suo marito, alla sua cultura politica. Alla fine della giornata, dopo tanta vivacità, rimanevano le cartacce nel verde di Villa Carpegna ed ecco Eleonora Moro con un piccolo bastone appuntito a raccoglierle, con i ragazzi che la seguivano con sorprendente premura. “Dobbiamo lasciare il prato bello e pulito dopo aver giocato e pranzato”, diceva “Noretta”, e in queste parole si leggeva la metafora di una vita spesa per gli altri, per i giovani, per coloro che arriveranno dopo di noi ad abitare la terra. La guardavo con quel piccolo sciame allegro che l’accompagnava e mi chiedevo se nella sua mente non tornasse proprio allora l’antico detto pugliese che suo marito aveva imparato da bambino e, sorridendo, avevano certamente più volte ripetuto insieme ai figli e ai nipoti: “Che la luce non manchi, che il filo non si spezzi, che il cuore non si stanchi”.