martedì 27 luglio 2010
PROVOCAZIONI Sulla spiaggia in compagnia dei classici
L’antichità classica ci lascia solo l’imbarazzo della scelta. Catullo, per esempio. Il perché è presto detto: prendete una qualsiasi delle edizioni economiche delle poesie catulliane (dagli Oscar Mondadori agli “economici” de La Spiga), e leggetevi una delle sue più celebri liriche, lontana apparentemente da riflessioni esistenziali: “Viviamo, mia Lesbia, e amiamo” (le poesie antiche non avevano titoli: li prendevano dal primo verso). I versi 4, 5 e 6 vi sveleranno il perché di questa scelta: “Il giorno può morire e poi risorgere,/ ma quando muore il nostro breve giorno,/ una notte infinita dormiremo”. C’è qui il senso del limite di una cultura pagana e laica insieme, tesa al soddisfacimento dei propri desideri, alcuni dei quali degni e nobili, ma pur sempre legati al passeggero, al destinato a finire. Incombe il senso del lutto anticipato, senza una speranza in qualcosa di assolutamente altro. Abbiamo parlato della “Commedia”, e allora rimaniamo in tema dantesco: portate con voi una qualsiasi edizione economica delle “Rime” (Mondadori, o Mursia, che include anche la “Vita Nuova”): vi accorgerete che in alcune di esse spira il soffio della modernità. Un esempio? Prendete il sonetto dal celebre incipit “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”. È di una attualità sorprendente. Per attualità si intenda non solo le cose dell’oggi, ma le aspirazioni, anche quelle nascoste per pudore. Qui è celebrato il sogno di una fraternità di amici (tre: Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, altro poeta della cerchia stilnovistica) che possa durare per sempre, oltre gli interessi materiali che già allora dominavano i comuni. Che differenza con il cupo rincorrere il piacere di Catullo! In Dante il sogno di una fraternità eterna è anticipazione di ben altra eternità.
E, a proposito di eternità, chi volesse ritrovare gli archetipi della poesia (e di certa canzone d’autore) d’amore, potrebbe portarsi dietro una delle edizioni economiche e quasi tascabili (sono pur sempre 366 poesie!) della Mondadori o della Newton Compton del “Canzoniere” (il vero titolo è “Frammenti di rime in volgare di Francesco Petrarca poeta coronato di lauro”). Non solo gusteremo il più totalizzante contributo d’amore che sia mai stato scritto per una donna mortale, ma ci accorgeremo che l’ultima canzone non è dedicata a Laura, sebbene alla Madre di Dio: “Vergine bella, che, di sol vestita”. Soprattutto dobbiamo fare attenzione a due versi, “Medusa et l’error mio m’àn fatto un sasso/ d’umor vano stillante”. Sono versi terribili, perché mostrano la vanità dell’intera vita del grande poeta, persa a rincorrere una creatura invece che il suo Creatore. La donna amata qui, per una volta, lascia cadere la maschera e mostra il suo vero sembiante, quello della terribile medusa, essere mostruoso che rendeva di pietra chiunque osasse guardarla. Non si può guardare, sembra dire Petrarca, una creatura umana come se fosse dio, perché il rischio è di farla diventare il suo opposto, un essere demoniaco.
Marco Testi