Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Naufragio all'italiana

Scritto da Tore Obinu | 28 gennaio 2012 | Oltre i fatti
Il disastro della nave da crociera “Costa Concordia”, del quale nei giorni scorsi hanno parlato gli organi di stampa del mondo intero, mostra così tanti elementi tipici dell’italianità – buoni e cattivi – che vi si può scorgere una metafora credibile dell’Italia di oggi. Anzitutto abbiamo una nave gigantesca e meravigliosa (come meraviglioso è del resto il nostro Paese), tutta costruita in Italia, 120.000 tonnellate di stazza, 1500 cabine, decine di suites per ricchi croceristi, capace di trasportare, con l’equipaggio, quasi cinquemila persone alla volta tra i vari porti del Mediterraneo, in cerca di sole, relax, socialità, cibo raffinato, svaghi notturni e diurni, casinò “e quant’altro”, come dicono nei tg i politici navigati. Non sembra il ritratto del nostro Paese? Lo sembra eccome: la nostra Italia non è forse un vasto territorio benedetto in modo speciale da Dio, che vi ha sparso con dovizia sole, mare, verde, acque tranquille e clima mite? Poi, come secondo elemento – stavolta assai meno godibile – abbiamo un giovane comandante che, per la bella cifra di 12.000 euro mensili di stipendio, viene chiamato da privati alla guida di questo immenso battello. 
 
È un ufficiale fatto a modo suo: vuol navigare ignorando le rotte stabilite dalle capitanerie, per far provare un po’ di friccico in più, un momento di speciale esaltazione estetica, sia ai 4.000 croceristi a bordo, sia agli abitanti di un’isola del Tirreno. E così questo grattacielo natante, grande quanto una cittadina delle nostre parti, lungo 300 metri, stipato di gente all’inverosimile, tutto illuminato e pavesato a festa, mentre le orchestre di bordo suonano e i croceristi cenano, viene spinto a soli 150 metri dalla riva, in una zona punteggiata di scogli insidiosissimi, allo scopo di “fare un saluto” all’Isola del Giglio. Quel comandante così sportivo e “simpatico”, che certamente ama raccontare barzellette e che vuol sempre fare di testa sua, avrà capito, magari per un attimo, in quale pasticcio stava gettando il suo enorme battello e tutta la gente dentro? Chissà, non lo sappiamo. L’autorità giudiziaria riuscirà forse ad appurarlo, durante il processo. E siamo adesso al terzo elemento: l’enorme nave illuminata, ormai paurosamente vicina alla riva, urta contro uno scoglio semisommerso e la sua fiancata si apre per 70 metri. Il gigante comincia subito a imbarcare acqua ma gli altoparlanti a bordo parlano solo di guasto elettrico finché, con forte ritardo, parte l’s.o.s. e sulla nave comincia la babele. Nessuno sa cosa fare, nessuno dirige le operazioni di salvataggio, le scialuppe hanno le funi arruffate e inservibili, i salvagente non bastano. È il caos: morti, feriti, dispersi, mentre il comandante – che un tempo affondava con la nave o ne scendeva per ultimo – abbandona invece il battello quasi subito, per motivi in via di accertamento. E qui c’è, grazie a Dio, il quarto e ultimo elemento: un giovane ufficiale della Capitaneria di Porto, 1600 euro al mese di stipendio, si mette a capo delle operazioni di salvataggio, intima (invano) al comandante di risalire sulla nave per guidare lo sgombero, e coordina un’operazione di protezione civile che – anche grazie agli abitanti del “Giglio” – permette di contenere disagi e perdite umane, che pure ci sono, ed elevate. Qualcuno ha subito definito questo “piccolo e povero” graduato un eroe. Ma non è un eroe: è solo una persona seria. Ce ne vorrebbero di più nel nostro Paese, che per anni ha dato troppo peso e potere a barzellette e a “sportivi” capitani.