Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Che monotonia fare il precario!

Scritto da Tore Obinu | 10 febbraio 2012 | Oltre i fatti
Anni fa toccò a Tommaso PadoaSchioppa, allora Ministro del Tesoro, definire incautamente “bamboccioni” quei giovanotti già brizzolati che, a trent’anni e passa, parevano ancora comodamente accasati coi propri genitori e poco ansiosi di mettere su famiglia, cominciando a reggersi da soli. L’espressione del ministro fu subito mal accolta dall’opinione pubblica, e specie dai diretti interessati, anche perché già allora le occasioni di trovare impiego cominciavano a languire, e l’epiteto “bamboccione”, in quel contesto, pareva davvero fuori luogo. A riprendere la questione, peggiorandone però i contorni e il senso, è stato qualche giorno fa addirittura l’attuale Premier, il Prof. Mario Monti. Intervenendo a un noto programma televisivo, il Professore – solitamente guardingo e assai prudente – si è invece abbandonato a una singolare denigrazione del posto di lavoro fisso, affermando testualmente: «Il posto fisso? Che monotonia. I giovani devono abituarsi all’idea che non lo avranno». Difficile esprimersi in modo più infelice e inopportuno, viene da pensare, visto che oggi ben il 31% dei giovani italiani non ha un lavoro, né fisso né precario, perché è stabilmente disoccupato. I pochi che invece un’occupazione ce l’hanno sono costretti a saltare di continuo da un’attività all’altra, una più dequalificata, mal pagata e precaria dell’altra, nella vana speranza di qualcosa che somigli realmente a un vero lavoro. L’altro aspetto sgradevole dell’affermazione del Prof. Monti è che i giovani, gli piaccia o meno, “devono” abituarsi al fatto che “il posto fisso non lo avranno”. E questo non perché il posto fisso gli sia sgradito – ai giovani infatti il posto fisso piace moltissimo – ma perché così esigono i grandi dell’economia mondiale, banchieri in testa, che hanno tutto da guadagnare nel mettere i lavoratori sotto pressione giorno e notte e gli uni contro gli altri, facendoli vivere nel precariato eterno. Quando si è lavoratori precari, infatti, e si sa di esserlo per sempre, si è disposti ad accettare qualunque condizione di lavoro, come oggi càpita, ad esempio, a quei poveri operai cinesi addetti a fabbricare i-phone e i-pad per conto della multinazionale Apple, che lucra largamente sulle loro 12 ore di lavoro senza garanzie.
 
La precarizzazione perpetua di tutti i lavoratori, per succhiar loro il massimo possibile offrendo il minimo indispensabile, è il sogno di un certo capitalismo avanzato. Per trasformarlo in realtà i grandi manager non hanno che da minacciare di trasferire la produzione in capo al mondo o da invocare l’arrivo di manodopera straniera affamata e disposta a tutto pur di sopravvivere. Essere lavoratori precari, caro Prof. Monti, non è così bello come sembra ad alcuni grandi economisti come lei, che lavoratori precari non lo sono mai stati. Vada in una banca qualsiasi e dica d’essere un lavoratore precario: vedrà subito che il mutuo per comprare una casetta glielo negheranno risolutamente. E se la casetta, coi risparmi dei suoi genitori, riuscirà a comprarla, chissà quanto le farà piacere sapere che, nel frattempo, il suo nuovo posto di lavoro precario si trova a 700 kilometri di distanza. Caro Professore, il lavoro precario è bello e stimolante quando ci si chiama, ad esempio, Mario Monti e si gode della vasta e plurigenerazionale rete di relazioni che può vantare uno come lei. Ma quando il lavoratore precario si chiama Pinco Pallino, il precariato è una sciagura, una vera sciagura. Di peggio c’è solo la disoccupazione. E le assicuro che, soprattutto in Sardegna, noi oggi ne sappiamo qualcosa.