Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Quale futuro per i partiti?

Scritto da Tore Obinu | 12 marzo 2012 | Oltre i fatti
Uno dei primi atti delle peggiori dittature del Novecento quali il nazismo, il fascismo e lo stalinismo fu quello di sopprimere i partiti politici presenti nei Paesi interessati. Lo scopo era che rimanesse in piedi solo il partito del dittatore, il partito unico: una vera contraddizione in termini, se ci si pensa, visto che un partito è per definizione la posizione di una parte, e dove c’è una parte ce ne dev’essere per forza almeno un’altra, se non si vuol cadere nell’assurdo o nel ridicolo. Il fatto è che tutte le dittature novecentesche, di destra e di sinistra, hanno sempre visto nei partiti politici e nel confronto parlamentare gli strumenti principali dello Stato borghese, che andavano abbattuti in vista di uno Stato senza classi e quindi senza partiti, unito, compatto e unanime. Inutile ricordare che questi folli progetti dittatoriali dello Stato perfetto, fatto di unanimismo assoluto, sono falliti clamorosamente, lasciandosi dietro purtroppo fiumi di sangue innocente. Questa follia delle dittature, che hanno sempre negato il pluralismo dei partiti, non ci autorizza tuttavia a immaginare che i partiti siano, a loro volta, delle pie confraternite in cui trova spazio e cura solo il bene comune. Non ci sono partiti politici angelici: lo sa bene l’uomo della strada e lo sa ancora meglio chi nei partiti ha militato e milita, potendone così osservare dall’interno la vita, le dinamiche e le strategie. Per dirla in poche parole, i partiti politici sono un male necessario. Come un male necessario è, del resto, lo stesso sistema democratico, del quale scherzosamente W. Churchill diceva che «è il peggiore dei sistemi di governo, eccettuati tutti gli altri». Senza partiti politici oggi non c’è democrazia. Senza il pluralismo dei partiti politici comandano solo le armi, come sanno bene tutti quei Paesi nei quali esiste ancora il famigerato partito unico. Può anche darsi che in futuro – ma la cosa non sembra imminente – si creino strumenti di raccolta del consenso politico più democratici e più efficienti dei partiti di oggi, ma per il momento dobbiamo tenerci quelli che abbiamo.
 
Purché non siano i partiti stessi, con comportamenti intollerabili, a decretare la loro stessa fine. Dopo la morte delle ideologie novecentesche, i pericoli della degenerazione dei partiti politici sono infatti più vivi che mai. Seppellita l’ascia insanguinata dell’odio ideologico resta ancora da risolvere, ad esempio, il grave problema dell’assenza di democrazia all’interno dei partiti, che è causa ed effetto della corruzione ancora presentissima nella vita pubblica. Il sistema del tesseramento di tutti i partiti italiani, infatti, è molto opaco, per non dire che spesso è propriamente sporco. Chi controlla le tessere, controlla infatti gli organi gestionali del partito, pilota l’esito dei congressi e ha in mano la scelta delle candidature ai vari livelli: comune, regione, parlamento nazionale, parlamento europeo. Pacchetti di migliaia di tessere, spesso fasulle, decretano chi guiderà un partito fino al congresso successivo; nel mentre il vincitore e la sua cerchia occupano migliaia di posti di governo e sottogoverno, dove si decide, si spende denaro pubblico, si fanno clientele, si gode di prebende e privilegi immotivati e costosissimi. Se noi cittadini non costringiamo i partiti politici alla trasparenza, a dar conto completo e pubblico del loro operato interno, al pieno rispetto delle regole della democrazia e della Legge, finirà che i partiti saranno travolti anzitempo, senza che all’orizzonte si sia profilato niente di meglio. E non sarà un bel giorno, per la democrazia.