Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

La lingua è maschile anche per le donne?

Nel linguaggio prevale la definizione di avvocato, ministro, sindaco…

Scritto da Piero Isola | 12 marzo 2012 | Dialogo culturale
Il Ministro Elsa Fornero
Era stata Elsa Fornero, in un recente incontro a Torino per la presentazione di un libro, a suggerire ai giornalisti come dovevano regolarsi: “Non mi piace quando dite ‘la Fornero’. Dite ‘Fornero’ e basta, così come dite ‘Monti’”. Sembra che i giornali abbiano capito la lezione. Sono pochi ora quelli che continuano a scrivere “la Fornero”. Molti hanno eliminato quell’articolo determinativo che in effetti suonava, e suona, discriminante nei confronti delle donne. Anche se, va detto, in un contesto letterario ad alto livello può convivere pacificamente in regime di “par condicio”. Nessuno si scandalizza nel sentir dire “il Manzoni”, così come “la Deledda”, “la Serao”, “la Ginzburg”. Certo sarebbe meglio, in questo e in altri casi, in particolare quando si tratta di personaggi politici o dello spettacolo più o meno illustri, far precedere sempre il cognome dal nome, il che permette d’individuare il genere della persona di cui si sta parlando. Ma oggi si tende ad abbreviare, soprattutto da parte dei giornali, facendo conto sulla conoscenza dei lettori e sulla notorietà dei personaggi. L’articolo determinativo potrebbe conservare una sua validità per distinguere, in una serie di cognomi poco conosciuti, chi sono gli uomini e chi le donne.
 
Comunque la precisazione della Fornero (ecco, ci cadiamo anche noi, ma qui l’errore, se errore può dirsi, è funzionale) con la conseguente “presa d’atto” dei giornali che l’articolo determinativo è meglio tralasciarlo, può ascriversi tra quei piccoli passi verso il superamento di varie forme di sessismo (ai danni delle donne) che ancora imperversano nella lingua italiana e trovano ampio riscontro nei vocabolari che della lingua sono i notai. Forme di sessismo, più o meno larvate, che vedono spesso e volentieri compiacenti, se non complici, proprio le donne, le quali – con vezzo tutto femminile – amano “nascondersi” e nascondere la propria identità dietro qualifiche professionali declinate al maschile. Tipico l’esempio delle donne che dirigono un giornale. Ebbene, tutte costoro ci tengono ad essere chiamate “direttore”. Chiamatene una “direttrice” e ve la sarete fatta nemica per tutta la vita, sembrando evidentemente “direttrice” termine riduttivo e non all’altezza di colei che dirige un giornale, quanto piuttosto di colei che dirige un asilo o un istituto per educande. C’è poco da dire: le donne amano essere chiamate avvocato, architetto, prefetto, sindaco e... ministro. La stessa Fornero (attenzione: qui l’articolo è giustificato dal fatto che precede “stessa” con valore rafforzativo; ugualmente per Monti si sarebbe detto “lo stesso Monti”). La stessa Fornero, dicevamo, subito dopo aver esplicitato che preferisce “Fornero” e basta, ha aggiunto testuale: “Non farò il ministro una seconda volta, un’esperienza può bastare”. Sì, ha detto proprio “il ministro”, non “la ministra”. Anche a lei, evidentemente, il termine al femminile non piace, non suona bene, meglio il maschile. Non è la sola. Esiste e resiste tutta una moltitudine di persone, e tra queste molti giornalisti, che ancora non hanno fatto l’abitudine ai tanti termini, indicanti professioni o incarichi, tranquillamente declinabili al femminile. Costoro continuano a ritenere la forma femminile curiosa o eccentrica, e invariabilmente continuano a prediligere il maschile anche quando si parli di una donna. Sono le stesse persone che magari alle elementari hanno avuto una maestra e mai si sarebbero sognate di chiamarla “signor maestro”. Il fatto è che “maestra” suona bene; “avvocata”, “architetta”, “prefetta”, “sindaca” e “ministra” ancora no. Questione di abitudini. Che possiamo farci? 
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