Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Crederci ancora

Scritto da Tore Obinu | 13 aprile 2012 | Oltre i fatti
Pochi giorni orsono il noto regista italiano Carlo Lizzani ha compiuto novant’anni e, a un grande quotidiano nazionale che lo festeggiava, ha rilasciato una lunga intervista autobiografica nella quale, a un certo punto, si lascia andare alla seguente considerazione: “Stiamo vivendo un nuovo dopoguerra, senza che ci sia stata una terza guerra mondiale. Percepisco molte macerie. Non sono le stesse che vidi in Germania quando vi andai con Rossellini. Sono macerie invisibili: ideali in frantumi, sogni andati a pezzi, speranze distrutte”. Ammette anche lui, poco dopo, che tutto ciò può sembrare il solito lamento di un vecchio, ma noi sappiamo che non è così. Basta guardare alla nostra Italia di oggi per capire che le parole di Lizzani sono quanto mai appropriate. Finita, nel 1989, la tensione ideale – ancorché durissima – tra due modelli di società contrapposti, nel nostro Occidente sembra rimasto solo il Mercato a farla da padrone. Un mercato che penetra in modo microfisico nei pori di ciascuno suggestionando tutti con una sola parola d’ordine: far soldi più che si può e in qualsiasi modo. Così abbiamo i partiti che pullulano di ladri e di corrotti i quali, a differenza di vent’anni fa, non rubano neppure più “per il partito” ma cinicamente per se stessi, convinti di farla franca comunque. 
 
 Abbiamo un livello di evasione fiscale spaventoso, puntualmente documentato da recentissimi dati pubblici, dai quali si scopre che decine di migliaia di datori di lavoro non si vergognano di dichiarare al fisco meno dei loro stessi dipendenti. Abbiamo calciatori strapagati che per un’ulteriore pila di bigliettoni fanno autogol alla propria squadra, magari dopo averci scommesso su un altro bel po’ di soldi. Abbiamo deputati che, dopo aver girato come giostre impazzite da un partito all’altro, oggi dichiarano di non andar più in Parlamento perché “schiacciare un pulsante per votare è troppo usurante”, ma incassano puntuali la cospicua indennità per pagarci il mutuo della grande casa appena acquistata. Ovunque ti giri sembra che una marea di malaffare, di imbroglio, di arraffa arraffa o, nella migliore delle ipotesi, di menefreghismo e di tirare a campare stia sommergendo il nostro povero Paese e, in esso, quelli che possono solo subire. Per parafrasare Lizzani, sembriamo davvero reduci da un conflitto: una guerra sorda, silenziosa ma non meno micidiale, che ha lasciato sul terreno quelli che un tempo erano grandi ideali, grandi progetti, grandi speranze. Neppure la festa del Centocinquantenario dell’Unità del Paese pare aver ridato ali concrete alla speranza. Si avanza a vista e, nelle nostre ambasce, non ci aiuta più neppure l’idea di un’Europa Unita, un grande sogno arenatosi tra le secche burocratiche di Bruxelles e la miopia nazionalista di molti Stati membri. Sono certo che molti cittadini, volgendo lo sguardo intorno alle macerie educative, culturali, morali, politiche della nostra guerra silenziosa, sentono forte il desiderio di chiudersi tra le mura di casa propria, tra familiari e amici fidati, per aspettare nel proprio privato che il peggio passi. Ma questo non è il ripiego che si addice a un cristiano. Se il cattolicesimo sociale ha uno stile che lo caratterizza esso si riassume in una parola: impegno. Ora più che mai è impegno quello che ci vuole. Impegno educativo a casa e a scuola; impegno, onestà e serietà nel lavoro; impegno nelle grandi battaglie civili, a tutti i livelli: lavoro, solidarietà, equità, salute, cultura, ambiente. Ci metteremo quindi ancora più impegno, perché ci crediamo ancora.