Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

I guai dell'istruzione

Scritto da Tore obinu | 26 aprile 2012 | Oltre i fatti
Quasi tutti gli Atenei italiani aprono le loro porte, questi giorni, alle migliaia e migliaia di diplomandi della scuola superiore che vogliono informarsi prima di decidere se, dove e come proseguire i propri studi. Sono momenti gioiosi e festaioli: i ragazzi delle superiori sono in genere curiosi e interessati mentre, dal canto loro, anche i vari Corsi di laurea ci tengono a presentarsi al meglio, mostrando i propri punti di forza per attrarre quanti più iscritti è possibile. Ovviamente ci scappa qui e là anche un po’ di gazzosa; ma solo un po’, perché i soldi a disposizione dell’Istruzione ormai sono sempre di meno; così c’è chi regala magliette col logo dell’Università, chi offre penne usb ai visitatori, chi per gli ospiti prepara almeno uno spuntino, giusto per sottolineare la qualità dell’accoglienza del proprio Ateneo. Va tutto bene, ovviamente, se non fosse che purtroppo è tutta l’Istruzione italiana, sia pubblica che privata, a destare la massima preoccupazione. Nel corso degli ultimi cinque anni il solo ministro Tremonti ha tolto alla scuola e all’Università risorse finanziarie pari a 8 miliardi di euro, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Dal canto suo l’Istruzione è tutta duramente interpellata dalla rivoluzione informatica in atto a livello mondiale e fatica molto, a tutti i livelli, a trovare risposte adeguate. L’Italia è parecchio indietro anche da questo punto di vista: la formazione digitale del personale insegnante non è mai partita e i docenti che fanno qualcosa in quest’ambito se lo pagano di tasca propria, perché per il Ministero l’aggiornamento del personale è oggi ininfluente, ai fini della carriera. 
 
Accade quindi che, con studenti lontani anni luce da quelli di vent’anni fa, si faccia ancora scuola o lezione universitaria come si faceva a metà del secolo scorso, con ricadute formative pari a circa lo zero. Questo spiega anche perché l’Italia abbia un così alto tasso di abbandoni degli studi superiori oppure di universitari fuori corso. E spiega pure perché il ranking delle nostre università, cioè la loro posizione nella classifica mondiale della qualità degli atenei, sia così paurosamente basso: i primi atenei italiani in tale graduatoria sono piazzati infatti solo al 140° e al 141° posto (Pisa e Roma “La Sapienza”: Cfr. http://www.shanghairanking.com/ARWU20 11.html). Intanto, proprio a causa dell’enorme taglio di fondi all’Istruzione operato da tutti i governi Berlusconi, l’Università è ridiventata oggi una faccenda per benestanti: lo sanno bene quanti devono mantenere dei figli agli studi. E anche in questo caso, come spesso accade in Italia, oltre al danno c’è subito la beffa: sappiamo bene infatti chi sono oggi i “benestanti” per il fisco italiano. Da ultimo va detto che laurea, dottorato di ricerca, master costosissimi e stage non assicurano più di per sé, come accadeva fino a dieci anni fa, il posto di lavoro. Il conseguimento dei titoli accademici, infatti, è spesso solo l’inizio di una lunga Odissea disoccupativa che a volte dura e prova quasi quanto quella di Ulisse. E alla fine il lavoro che arriva magari è pure scarso, lontano, malpagato e precario. Insomma, il quadro non è roseo, a dispetto delle luminarie e dei brillanti che le Università esibiscono per attrarre nuovi iscritti. Ma, d’altro canto, solo un’istruzione più lunga e qualitativamente più ricca è in grado oggi di guidarci fuori dal pantano in cui ci hanno gettato finanzieri senza scrupoli, politici imprevidenti o corrotti e facile passività dei cittadini.