Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Urlatori dalla memoria corta

Scritto da Tore Obinu | 11 maggio 2012 | Oltre i fatti
Quando il senatore Monti, quattro mesi fa, sostituì Berlusconi a Palazzo Chigi l’Italia era internazionalmente screditata e prossima al baratro economico. Detto così – è vero – può sembrare solo un’astrazione, difficile da quantificare. Per capirne invece il significato concreto basta guardare a ciò che sta accadendo nella vicina Grecia dove, nei mesi scorsi, migliaia e migliaia di cittadini sono stati licenziati in massa o hanno avuto stipendi ridotti anche del 40%. L’Italia era anch’essa lì lì, proprio a un passo. Bastava un altro mese di gare di burlesque nei dopocena di Arcore e di inerzia politica e il diluvio sarebbe stato inarrestabile. Per scongiurare il disastro, il nuovo governo Monti varava quindi, dopo tre settimane di studio, una terapia durissima, quasi tutta a carico di quel che un tempo era il ceto medio e che oggi a momenti non esiste più, risucchiato nel gorgo di una povertà sempre più evidente. Chi abbia imposto a Monti proprio quella “cura” non è difficile intuirlo. Per impedire la catastrofe il nuovo Governo aveva infatti davanti a sé almeno due strade: o applicare un’imposta patrimoniale e colpire duramente gli evasori che avevano riportato in Italia i capitali graziati dallo scudo fiscale, oppure spalmare i tagli e i balzelli sull’intera popolazione del Paese, finendo così per fare pagare di più quanti già pagavano regolarmente. Lo hanno costretto a scegliere la seconda ipotesi – minacciando la sfiducia in Parlamento – e le conseguenze, anche in questo caso, sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia sta annaspando, la domanda interna di beni e servizi, che dal 2008 era sempre più bassa, oggi è diminuita ulteriormente fino a ridursi a cifre sotto lo zero. Il vero senso di tutta quell’operazione lo raccontò subito con gusto una vignetta di quei giorni su un grande e antico quotidiano italiano.
 
 Dopo aver imposto a Monti una cura di lacrime e sangue a carico di impiegati e pensionati, il giovane Alfano telefona a un Berlusconi ancora crucciato per la perdita del premierato e gli dice: “Te la sei scampata bella ! Guarda che macelleria sociale deve fare adesso Monti per conto nostro”. Era solo una vignetta, certo, ma più efficace e diretta di un articolo di fondo e che merita rispolverare in questo momento, in cui si parla nuovamente di elezioni anticipate e i telegiornali rai e mediaset scaricano su Monti tutte le responsabilità della crisi economica. Curiosamente, proprio gli stessi che hanno governato fino a ieri, per decenni di sèguito, portando il Paese vicino alla rovina, e che tre mesi fa hanno persìno dettato a Monti una dannosa ricetta per uscire dalla crisi, oggi sono quelli che gridano di più, che si stracciano le vesti per le sofferenze del Paese, che si lagnano delle tasse da loro stessi chieste e imposte minacciando sfracelli in Parlamento, quando i provvedimenti saranno ratificati. Tra gli sdegnati di oggi spiccano soprattutto i leghisti, dimentichi di essere stati al Governo fino a ieri, che spingono i cittadini all’obiezione fiscale e si dicono pronti a pagare (con soldi pubblici?) l’avvocato difensore a quel contribuente lombardo che, armi in pugno, ha sequestrato per ore l’impiegato di un’agenzia fiscale. Morale della favola: se l’Italia vuol uscire davvero da questa crisi micidiale – e si può senz’altro – serve certo una rapida correzione delle scelte economiche fatte da questo e dal governo precedente, urge riprogettare un’Europa politicamente unita, ma urge soprattutto che la gente abbia buona memoria e non dimentichi che spesso chi oggi inveisce governava fino a ieri.