Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Il servizio di don Ivan

Scritto da Tore Obinu | 11 giugno 2012 | Oltre i fatti
Aveva 65 anni, don Ivan Martini, e da dieci circa era parroco nella Chiesa di Santa Caterina a Rovereto sulla Secchia, uno dei paesini della Bassa emiliana più duramente colpiti dal terremoto dello scorso maggio. Una settimana dopo la scossa più forte, quella che aveva lesionato gran parte delle case del paese e la sua stessa chiesa, rendendola inagibile, don Ivan aveva lasciato per qualche momento la tendopoli allestita dalla Protezione Civile, dove abitava con gli altri roveretani senza casa e dove diceva messa, per provare a salvare qualcosa di quella sua povera chiesa danneggiata. Un prete di campagna come lui, un sacerdote semplice, umile, tenace, non ha che tre cose negli occhi: Cristo, i paesani affidatigli dal vescovo e la sua chiesa. Pronto a rimboccarsi le maniche, dopo aver detto messa tra le tende dei senza tetto, si è avventurato quindi nella sua chiesa colpita ma non vinta dal terremoto, per prendere almeno la statua della Madonna, alla quale i suoi fedeli erano tanto devoti, e portarsela nella tendopoli, così che la gente la vedesse, ne avvertisse più forte la presenza e da lei si sentisse incoraggiata alla pazienza e a darsi da fare per ricostruire. Messa in salvo la statua di Maria, don Ivan sapeva che al pomeriggio lo aspettavano i carcerati della Casa Circondariale “S. Anna” di Modena, che seguiva continuamente insieme a un gruppo di volontari; più tardi ancora i malati dell’Ospedale di Carpi, dove si recava a distribuire la comunione e a portare conforto e, a fine serata, gli Scout della zona, di cui era assistente spirituale. Invece non è andata affatto così: dal tetto della chiesa lesionata, mentre egli la percorreva, sono cadute grosse pietre che l’hanno ucciso sul colpo. Tutto in poco più di un attimo. Silenzio; sgomento; la sua gente attonita, atterrita, piange e si interroga convulsamente, si chiede dove stia il senso di tutto ciò, soprattutto si domanda dove sia Dio quando il giusto patisce, soffre, muore.
 
Dio però tace. Si ripete, anche in don Ivan Martini, il fitto mistero del Calvario, dove Cristo soffre, agonizza e spira nel silenzio di Dio. Stessa domanda, stessa confusione, stessa disperazione unisce la Gerusalemme di duemila anni fa, che vede affranti e dispersi apostoli, discepoli e pie donne, e la tendopoli dei terremotati di Rovereto sulla Secchia, che piange la morte improvvisa e violenta del suo parroco, sventurato tra gli sventurati, mentre compie il suo ministero. La domanda sul senso di tutto e sul silenzio di Dio è più ragionevole che mai, in casi come questi. E la risposta è tutta e solo in Cristo, nel volto umile, sfigurato e buono di Cristo morto. La risposta è tutta nel Suo servizio; lo stesso servizio reso da don Ivan: “Egli passava beneficando e risanando tutti... (At l0, 38). “Servizio” è una parola alta e molto impegnativa, che si pronuncia troppo spesso a vanvera non solo nell’ambiguo mondo della politica, dove a volte è solo un’emissione di suono, senza alcun riscontro nei fatti, ma - duole molto dirlo - anche all’interno della stessa Chiesa. Ora, il servizio cristiano, per essere davvero tale e non costituire un’atroce contraffazione, deve possedere una proprietà essenziale senza la quale è solo finzione. Questo carattere è la condivisione della vita degli ultimi. Chi serve deve infatti condividere in tutto (“eccetto il peccato...”) la vita degli ultimi che egli serve. Se invece non la condivide il suo servizio è, in realtà, solo uno dei tanti mondani strumenti di potere. Grazie, don Ivan, per il tuo Servizio cristiano. Riposa ora nella pace di Cristo