Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Lavoro e frattura generazionale

Scritto da Andrea Casavecchia | 27 luglio 2012 | Oltre i fatti
La precarietà del lavoro domina il nostro immaginario collettivo. Ci terrorizza, perché non siamo attrezzati ad affrontare un contesto dove il posto, conquistato con fatica, si può perdere facilmente. Lavorare diventa una questione ricorrente nella vita delle persone: la ricerca di un’occupazione, non è il tema dell’età giovanile, sta diventando una condizione ciclica. Le ricadute sulle nostre abitudini e sulle nostre scelte sono di diverso tipo, perché un lavoro stabile è garanzia di un reddito costante. Dentro quest’incertezza stiamo ricalibrando il nostro futuro. Non stupisce che i matrimoni calino, oppure che siano pochi i neonati: come si può iniziare una vita in comune? Come si può garantire una cura, un’educazione, un’assistenza ai propri figli? Ancora una volta i dati del mercato del lavoro non appaiono incoraggianti. Le notizie che arrivano dalla ricerca “Excelsior” di Unioncamere e ministero del Lavoro hanno annunciato che, in quest’ultimo trimestre del 2012, le assunzioni stabili sono state meno del 20%. I lavoratori che hanno trovato un’occupazione sono a tempo determinato oppure con contratti non standard. I risultati offrono una conferma della frattura generazionale che si sta compiendo nel mondo del lavoro. Si stanno alimentando due sacche; quelli a tempo indeterminato: più anziani, dipendenti, tutelati, generalmente presenti in pubbliche amministrazioni e grandi imprese; quelli a tempo determinato: più giovani, subordinati, meno protetti, generalmente presenti nel terziario (commercio), piccole imprese, no profit. 
 
Le due sacche sono figlie di due visioni del mondo dell’economia: la prima, di qualche anno fa, si concentrava sulle produzioni, sulle possibilità di fornire, nel modo più efficiente ed efficace, beni e servizi ai clienti-utenti. Quella di oggi invece si concentra sulla crescita della ricchezza. Non conta quello che si produce, contano solo le moltiplicazioni degli investimenti nei mercati azionari. Questa diversa filosofia è pronta a sacrificare i lavoratori all’accumulo: non ha bisogno di dipendenti fedeli che garantiscano continuità, ha bisogno di persone che a domanda possano essere disponibili. È qui che dovrebbe incidere la politica economica, che ha bisogno di svincolarsi dall’obbedienza alle logiche dei mercati. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, auspicava, nel suo viaggio in Russia, di guardare alle prossime generazioni. Bene. Dopo la riforma del lavoro che riguarda contratti e modi di lavoro: la forma. Sarebbe urgente iniziare a creare possibilità per delineare un nuovo modo d’inserimento lavorativo: a partire dalla sostanza. Se non si può garantire il posto fisso, almeno sarebbe auspicabile porre attenzione ai contenuti del lavoro: saper discernere quelli che arricchiscono l’umano, come indicava Pierangelo Sequeri nel suo saggio “Contro gli idoli postmoderni”, rispetto a quelli che ruotano sul vuoto. Almeno la sacca dei “precari” avrebbe possibilità di giocarsi in prospettiva di uno scenario da costruire. Se scarseggia la liquidità, allora, sarebbe opportuno selezionare con cura dove investire: il futuro non lo conosciamo, ma sicuramente dipende dal presente.