Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Aiutateci a tornare a casa

Scritto da Antonio Maccioni | 8 novembre 2012 | Oltre i fatti
Il mio paese, per esempio: quale sia esattamente ha poca importanza; è un posto simile al “museo delle porte chiuse” di cui una volta ha scritto Franco Arminio, con tante vie lontano dalla piazza che progressivamente si distaccano da vicinati redivivi, frequentati malamente, con tanti anziani e poche novità intorno. È possibile andar per borghi simili a questo personale e speciale “museo” a cielo aperto, con una macchina fotografica al collo, magari in solitudine, a bella posta, per passare solennemente in rassegna gli abbandoni più feroci. Ci sono strade disabitate che le famiglie rimaste hanno deciso di non volere, strade piene di case che nessuno si può più permettere: incantate, decadenti, vuote di gente. In certi quartieri di paesi come il mio sembra che non ci sia rimasto dentro più nessuno. Perché qualcuno è andato a studiare e a lavorare altrove, istintivamente, per forza di cose; c’è chi è fuggito per vedere com’è fatto il mondo, forse perché a fare i giovani lo si impara da vecchi; c’è chi ha cercato fortuna lontano, chi ha preso moglie o marito all’estero, chi in Continente, o magari a Cagliari, o in qualche altra piccola città. C’è chi forse torna o forse non torna, ma la casa di una volta è rimasta ad ogni modo sgombra: finalmente zitta, neanche più la radio e il televisore accesi. Hanno chiuso molte delle botteghe di un tempo, ci sono spesso solo i milanesi due settimane d’estate. Io non so quante siano le case abbandonate nel mio paese ma sono tante. Rischiano di rimanere abbandonate persino quelle dei nostri cari: si potrebbe pure affittarle o venderle a chi arriva da fuori, ma in molti casi per quelle quattro mura viene il giorno dell’abdicazione definitiva. Si tratta di una questione banale, in un certo senso; di un epilogo noto e assodato. Forse. Ma quante ne sono rimaste di case a Birori e a Bortigali? E a Bosa?
 
 
 
Quante sono le case abbandonate di Pozzomaggiore? Quanto è grande il “museo delle porte chiuse” di Bolotana e di Alghero? E quello di Santu Lussurgiu? E il “museo” di Scano Montiferro e di Macomer? Nel frattempo sono sbucati casermette e casermoni in periferia, sono meno dispendiosi e più comodi per chi ha bisogno di un posto da abitare; non sono necessarie ristrutturazioni complesse o selvagge, ci sono meno criteri e meno regole da rispettare, le imprese di edilizia lavorano evidentemente al meglio così; c’è parcheggio a tutte le ore del giorno e sette giorni su sette, quando ci sono i casermoni in periferia; ci puoi montare stufe moderne e c’è meno umido dentro, si sta meglio d’inverno, si possono ottimizzare ed economizzare gli spazi. Le case vecchie costano troppi soldi, in proporzione all’utilità e ai benefici che garantiscono. Riqualificare e assegnare le abitazioni agli “aventi diritto” è una delle scelte “popolari” sulle quali i piani comunali di paesi e cittadine del nostro territorio, seguendo “utopie” regionali, iniziano appena a orientarsi. Ai nostri amministratori andrà il compito di studiare, promuovere e soprattutto comunicare gravi misure antispopolamento adeguate ai tempi: incentivare la ristrutturazione e l’acquisto degli immobili abbandonati nei nostri centri storici, spesso devastati dalla povertà o dall’abbandono, non è un particolare da poco in questo contesto. Poi: non è mica solo una questione di amministrazione. Tutto questo bisogna fortemente volerlo e sceglierlo. Nell’epoca della grande “crisi” sembra un paradosso: e se invece, proprio adesso, chi ha sprangato le porte dell’antico alloggio di famiglia riuscisse finalmente a ritornare a casa?