Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

La guerra delle stragi di tutti

Scritto da Antonio Maccioni | 26 novembre 2012 | Oltre i fatti
Lo Stato di Palestina esiste e non esiste. Più precisamente: esiste una guerra che equivale a decine e centinaia di scontri e attacchi, che sono migliaia di missili e altrettante pallottole esplose negli anni, milioni di schegge di metallo negli occhi e nei cuori; ciò che esiste equivale a una serie di numeri di cose che fanno morire. Lo Stato di Palestina è un ossimoro di per sé, è il trionfo e la disfatta a un tempo della geopolitica e della diplomazia, è una parola piena di storia e di equivoci secolari, ma la guerra è cosa sporca, ed è tutta un’altra cosa. Io non so se per capire la guerra si possa pensare a certe stragi della vita di tutti: gli abbandoni improvvisi, le malattie devastanti, le separazioni impreviste, i tradimenti impensabili, i distacchi più atroci, le solitudini più maledette. La guerra dev’essere per forza una grande somma di tutte le tragedie che ci sono in certe stragi della vita di tutti; una grande somma, ma con molto più sangue rispetto alle previsioni, con più violenza e molte più macerie a fare da sfondo tra una tregua e l’altra. La guerra è un mucchio di gente che si separa, e dopo essersi separata si vendica, vendicandosi della vendetta, e della vendetta della vendetta. Più della cosiddetta Palestina o del più “ufficiale” Stato di Palestina, esiste la guerra israelo-palestinese, già guerra arabo-israeliana: è una “contesa” pluridecennale tra un Paese, Israele, appunto, riconosciuto nel 1948 come Stato dall’ONU, all’indomani del secondo conflitto mondiale, e la succitata Palestina che è una fetta di terra tra Cisgiordania e Striscia di Gaza, in un certo senso legittimata dalla presenza dell’Autorità Nazionale Palestinese. 
 
Quest’ultima ha pieno diritto a esercitare il proprio controllo solo su una parte limitata del territorio in cui è presente. La qual cosa è purtroppo, come la storia non stenta a dimostrare e a ricordarci, perlomeno un’ambiguità. Si richiama ancora nelle pagine dei giornali una stretta di mano importante, resa immortale da una fotografia del 1993 tra il palestinese Arafat e l’israeliano Rabin: è un ricordo; è solo un capitolo, certo rilevante, all’interno di una vicenda lunga e complessa. Il resto è cronaca, stretta attualità, fino ai recenti scontri che hanno coinvolto l’organizzazione politica e paramilitare Hamas, piuttosto forte nella Striscia di Gaza. Gerusalemme è così anche il simbolo di una guerra tra fratelli; è la terra delle risoluzioni internazionali approvate e mai messe in atto, capitale di due Stati le cui autorità non si riconoscono l’un l’altra, anche se è la città santa dove le religioni si incontrano, quella più importante per l’Ebraismo e il Cristianesimo, la terza in “classifica” nel caso dell’Islam, seconda solo a La Mecca e a Medina. A detta di alcuni dei maggiori osservatori internazionali, le chiavi di lettura dell’ultima escalation di violenza sarebbero molteplici e altrettanto valide, poiché in parte legate alla cosiddetta “Primavera araba”, e alle prossime elezioni politiche in Israele, e alla grande assenza dei maggiori interlocutori internazionali (si parla di Unione Europea, ma comunque anche di Stati Uniti), già concentrati su una crisi economica che detiene grande peso nelle scelte della politica occidentale e della sua stessa diplomazia. Peso pari a quello che detiene anche nelle “nostre” scelte, appunto, evidentemente. Se è vero che anche il mondo adesso è fuori squadra. Se è vero che la guerra è una grande somma di tutte le tragedie che ci sono in certe stragi della vita di tutti; o è un mucchio di gente che si separa, e che dopo essersi separata si vendica, vendicandosi della vendetta.