Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

La laurea in furbizia che ha chiuso l’Università

Scritto da Antonio Maccioni | 10 febbraio 2013 | Oltre i fatti
«I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una “forma mentis” che si crea nell’ambito familiare tipico di noi professori». Così sosteneva un noto (alle cronache) docente di una facoltà di Economia del Sud Italia, pochi anni fa, e di quale Sud si trattasse, in questo momento, a noi poco importa; intendeva così giustificare la vittoria del figlioletto nell’ambito di un pubblico concorso per un posto da ricercatore: come i migliori cavalli di razza, correva da solo verso il traguardo. Succedeva in uno degli atenei dai quali, adesso, ci si accorge sbalorditi che gli studenti scappano: il dato è recente, emerso da un documento del Consiglio Universitario Nazionale. Si dice che in dieci anni gli immatricolati nelle Università italiane sono passati dai 340.000 circa del 2003-2004 ai 280.000 dell’anno accademico 2011-2012. Si è assistito a un calo del 17%, pari a circa 58.000 studenti, con un vertiginoso crollo parallelo del numero dei professori in attività (corrispondente in quel caso al 22%). Si è detto: è come scomparso in un solo decennio un intero ateneo, un ateneo grande almeno quanto la Statale di Milano. Il numero dei laureati è oggi in Italia largamente al di sotto della media Ocse, sono stati eliminati in sei anni oltre mille corsi di laurea, sono quasi scomparse le borse di studio e il numero dei dottorati disponibili è gravemente al di sotto della media europea. Gli opinionisti di Libero hanno quasi esultato: bene così, il mondo è cambiato, ci saranno meno disoccupati!
 
Mi chiedo effettivamente di cosa ci si stupisca. In un’isola dove le migliori prospettive per un laureato “fuori mercato” sono quelle di vincere un tirocinio di sei mesi col rimborso della Regione, la fuga dall’Università risulta essere la tragedia meno sanguinosa alla quale si possa assistere. Il taglio delle risorse (o l’uso pressoché familiare delle stesse), il discredito recato da una certa politica a un percorso di studi considerato “baluardo del vecchio”, insieme ai patetici predicozzi sulla “scuola della vita” preferita da chi sostiene che gli esami di Filosofia Antica non servano a un fico secco, l’assenza di sostegno alle famiglie e agli studenti stessi (borse di studio, alloggi, cooperazione all’inserimento nel mondo del lavoro), la singolare congiuntura economica nella quale ci troviamo... Numerosi fattori hanno contribuito al crearsi della situazione attuale, ma più di tutti ha potuto la furberia: il “maneggio” astuto e artificiale nel quale si sono specializzati in tanti, nelle stesse Università di questa povera Italia e di quest’isola malandata, prima di andare a occupare i posti di comando un po’ qui un po’ là, a decine, a centinaia. Ho sentito dire per strada da un consigliere regionale, mentre la campagna elettorale dei vari pentolai di Pabillonis infuriava: “Sono tutti dei ballisti, cioè dicono balle. Non è rimasto più niente”.