Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

MARGHINE Pochi finanziamenti minano il futuro industriale

Scritto da Luca Contini | 23 febbraio 2013 | Dialogo locale
“Non ci sono soldi!” è espressione che ci accompagna in questi anni di crisi. Lo si sente dire dalle aziende, dagli enti locali, dalle famiglie. La crisi che viviamo sembrerebbe figlia di questa assenza di soldi, ma a guardar bene al di la della grossolanità di quella espressione forse le difficoltà anche economiche di questo momento hanno anche altri padri. A darcene un segnale sono anche le cronache dei nostri territori che, seppur depressi e in ritardo strutturale rispetto ad altre regioni dell’Italia, appaiono in difficoltà nonostante i soldi, a volte, non manchino. Succede per esempio nel Marghine dove poco più di tre anni fa la Regione Sardegna ha voluto sperimentare un Accordo di programma per l’area di crisi della zona industriale di Tossilo. Uno strumento per il finanziamento delle imprese esistenti che volessero crescere per creare nuova formazione, per potenziali imprenditori che volessero creare nuove aziende e per lavoratori, disoccupati o inoccupati che volessero formarsi per competere nel difficile mercato del lavoro. Una dotazione finanziaria di circa 20 milioni di euro che, a distanza di tre anni, ha prodotto poco o niente. In molti nel Marghine, fra imprenditori e disoccupati, si lamentano del farraginoso meccanismo della burocrazia regionale che ha affidato all’agenzia per lo sviluppo Bic la gestione dell’intero strumento.
 
I finanziamenti arrivati sono pochi, molte le imprese che hanno gettato la spugna dopo avere investito in progettazioni. Molte risorse sono rimaste nella disponibilità della Regione senza raggiungere le imprese e si ripete una scena già vista. Successe già con i Piani integrati nel 2001 e con la Progettazione integrata dell’era Soru. Sempre più appare chiaro che le difficoltà dello sviluppo locale non sono legate esclusivamente a difficoltà finanziarie. C’è la richiesta sempre più forte, da parte di chi fa impresa e crea lavoro, di riformare la classe dirigente. Le risorse ci sono e andrebbero utilizzate al meglio per uscire da una crisi che è figlia anche dell’incapacità di renderne chiaro, trasparente e agevole l’accesso a chi ha voglia di scommettere per il futuro delle nostre comunità.