Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Dopo le elezioni, prima che il mondo cambi

Scritto da Antonio Maccioni | 8 marzo 2013 | Oltre i fatti
l recente risultato elettorale del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo ha mandato nel pallone la quasi totalità della classe dirigente italiana. È la conseguenza del rinnovamento e del ricambio disattesi negli ultimi vent’anni da una sinistra in persistente crisi d’identità. La credibilità della coalizione guidata da Berlusconi non può nemmeno essere presa in considerazione in questo contesto. Al di là del carosello di opinioni e giudizi, dal “totalitarismo” in senso spregiativo alla “rivoluzione” in senso positivo, vince su tutti il commento a caldo di Michele Serra – il primo a usare il termine “grillismo” in un articolo uscito su Repubblica nel settembre 2007; da anni osservatore piuttosto critico della parabola politica del comico genovese – il quale ha finalmente constatato: “Per anni ci siamo chiesti come mai le nuove generazioni fossero mute. Ora possiamo dirlo un po’ di meno. Hanno parlato, e se lo hanno fatto a modo loro, con mezzi propri, idee proprie, significa che il nostro mondo, come tutti i mondi, comincia a diventare vecchio”. È così e non se ne esce: comunque la si pensi – e produttiva o meno che sia, in questo momento – la “spallata” del M5S è soprattutto generazionale, e non solo; la politica dovrà necessariamente prenderne atto affinché la dialettica non venga meno. 
 
Ciò che conta non è Grillo: a contare sono i suoi elettori. Le urne hanno però riconsegnato un Paese ingovernabile. Con le approssimazioni del caso (a parte le minoranze, tra le quali includiamo la scelta del non voto degli indipendentisti sardi), un terzo degli elettori ha preferito la coalizione guidata da Bersani, comunque vincitore; un terzo quella guidata da Berlusconi e un terzo quella che fa riferimento a Grillo. Mario Monti ha dovuto pagare un prezzo non troppo caro: per non avere intaccato i privilegi della classe politica e delle fasce più alte della popolazione col suo “governo tecnico” impegnato a rastrellare denaro; per essersi poi in buona sostanza autoproclamato ambasciatore del nuovo, ma pur sempre circondato di vecchie, vecchissime facce, come quella di Giorgio La Spisa nel caso della Sardegna e di Casini oltremare. La XVII legislatura della Repubblica, quindi, dovrebbe muovere i primissimi passi il 15 marzo: si procederà all’elezione dei Presidenti di Camera e Senato; inizieranno le consultazioni al Quirinale con i capigruppo in Parlamento, i rappresentanti delle forze politiche e gli ex Presidenti della Repubblica. Se non si formerà un nuovo governo, si andrà a breve a nuove elezioni, per quanto alcuni osservatori spingano sull’ipotesi di una guida “altra” individuata dal Presidente. Ma la “spaccatura” del Paese, qualsiasi cosa succeda, a parte l’ingovernabilità presunta, è destinata per il momento a rimanere tale, col pericolo che a rimetterci siano sempre i soliti noti: sempre noi. Ma pure questo è populismo.