Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Papa Francesco, nomen omen

Scritto da ✠ Mauro Maria Morfino | 24 marzo 2013 | Dialogo culturale
Papa Francesco: che dono più grande la Chiesa poteva attendersi dallo Spirito, in questa successione petrina, misteriosamente avviata dal gesto profetico di papa Benedetto? Lo percepiamo e lo viviamo come un dono già pasquale, già pentecostale, già gravido del futuro di Dio. Ci sono termini, espressioni e gesti, pur semplici e sobri, che emanano un potere evocativo che travalica ogni pregiudizio e frantuma ogni barricata, suscitando una irrefrenabile con-sonanza e adesione interiore: “Fratelli e sorelle, buonasera… Sembra che i fratelli cardinali siano andati a prenderlo [il vescovo di Roma] quasi alla fine del mondo… ma siamo qui… vi ringrazio dell’accoglienza… Preghiamo innanzitutto per il nostro vescovo emerito, Benedetto… E adesso cominciamo questo cammino di fratellanza, di amore, di fiducia… Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro… perché ci sia una grande fratellanza… Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi cominciamo sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa bella città”. E poi l’inedito inchino coniugato con un sorprendente silenzio carico di eloquenza quando papa Francesco chiede la preghiera del suo popolo e la benedizione di Dio da parte del suo popolo, in uno scambio che diventa un legame e una promessa. Chi potrà cancellare dalla storia e dal cuore questi frammenti di nuovo, di quasi dimenticato, di inequivocabile fragranza evangelica? La Chiesa e il mondo vuole vedere la Buona Notizia, non solo sentirne parlare. All’imbrunire di mercoledì 13 marzo ne ha scorto un incandescente frammento. Papa Francesco. Ha voluto per sé un nome amatissimo ma quasi “ingombrante”, anche per la stessa Chiesa. Un nome che mai appare nella serie dei vescovi dell’Urbe. Eppure è come se quel nome fosse stato invocato, sostenuto, sospinto dalla grande moltitudine del colonnato e della sconfinata moltitudine del mondo, pienamente consapevole di un anelito profondo e di un’aspettativa ormai non rimandabile. Anelito di fraternità gridato dall’intero Creato, da frate Leone ma anche da frate lupo. Certamente dall’intera Chiesa di Dio che sta pellegrinando nel solco della storia. Anelito realmente cattolico, universale. Anelito di vivere il Vangelo nella sua integrità e interezza; anelito ad una verità umile e non spocchiosa; anelito all’essenzialità, alla sobrietà, alla non appariscenza; anelito ad una povertà non di posa ma gioiosa; anelito ad una fraternità solidale che si incarni in gesti credibili; anelito a trasmettere e ricevere la fede come dono di gratuità condivisa; anelito ad emigrare decisamente da ogni autoreferenzialità e da ogni autocompiacimento ed uscire dai recinti, anche quelli “sacri”, cercando prossimità e vicinanza ad ogni altro; anelito alla pace, al dialogo, alla non contrapposizione; anelito a vivere ogni ministero ecclesiale, ogni ruolo come servizio e non come imposizione di sé, come vita-data e non come onorificenza di cui fregiarsi. Anelito alla dirompente bellezza della Parola e dell’incondizionatezza della misericordia del Padre. Anelito che il cardinal Bergoglio nel 2007, aveva invocato per ogni discepolo del Vangelo, iniziando dagli apici del governo ecclesiastico e poi giù giù fino alla base Alla domanda su quale fosse la cosa peggiore che può accadere nella Chiesa, così rispondeva: “E’ quella che De Lubac chiama mondanità spirituale. E’ il pericolo più grande per la Chiesa, per noi, che siamo nella Chiesa […] La mondanità spirituale è mettere al centro se stessi. E’ quello che Gesù vede in atto tra i farisei: Voi che vi date gloria, che date gloria a voi stessi, gli uni agli altri”. Alla domanda di ciò che fosse indispensabile per la Chiesa, Bergoglio rispondeva: “Misericordia, misericordia e coraggio apostolico […] Per me il coraggio apostolico è seminare. Seminare la Parola. Renderla a quel lui e a quella lei per i quali è data. Dare loro la bellezza del Vangelo, lo stupore dell'incontro con Gesù [...] e lasciare che sia lo Spirito a fare il resto.
 
 
 
E’ il Signore, dice il Vangelo, che fa germogliare e fruttificare il seme […] Lo Spirito santo ci fa entrare nel mistero di Dio e ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e dal pericolo di una Chiesa autoreferenziale, portandoci alla missione”. E ugualmente nel febbraio 2012: “La vanità, il vantarsi di se stessi, è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato peggiore della Chiesa […] La mondanità spirituale è un antropocentrismo religioso che ha degli aspetti gnostici. Il carrierismo, la ricerca di avanzamenti, rientra pienamente in questa mondanità spirituale. Lo dico spesso, per esemplificare la realtà della vanità: guardate il pavone, com’è bello se lo vedi da davanti. Ma se fai qualche passo, e lo vedi da dietro, cogli la realtà... Chi cede a questa vanità autoreferenziale in fondo nasconde una miseria molto grande”. Presentandosi in prima battuta come “vescovo di Roma” ha esplicitato l’anelito grande di collegialità, di corresponsabilità, di comunione nel governo ecclesiale con tutti i “vicari di Cristo”, perché realmente “i vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate come vicari e legati di Cristo” (Lumen gentium, 27). Papa Francesco. Nome profetico, nome programmatico, nome che desta “timore e tremore” nel cuore del credente. Perché è il santo di Assisi non ha proprio nulla di romantico e di estetizzante. Non ostenta povertà, non gioca a fare il povero. Abbraccia la povertà, vive la povertà, vuole la povertà per sé e i suoi fratelli minori. Francesco sposa madonna povertà. La indica come via effettiva ed affettiva insieme, scelta capace di costruire quella fraternità solidale che sconfina nello stesso mistero della Famiglia trinitaria e la cui nostalgia è diventata così pungente in molti cuori, da non poter più essere elusa e procrastinata. Francesco è un nome “ingombrante” anche tra noi i cristiani perché, come dicevano i latini, Nomen omen, il nome è un presagio. E’ un dono. E’ un impegno. E’ un auspicio. E’ una promessa. E’ una vocazione. E’ una pro-vocazione. Ecco perché Francesco è un nome quanto mai urgente, necessario, indispensabile per uscire dalle sabbie mobili di una religiosità dell’appariscenza e delle pose, di una religiosità ingessata e ideologizzata, di una religiosità o aggressiva o impaurita o chiassosa ma tanto spesso svuotata, stanca, afona e perciò non credibile. Ecco perché gioiamo che papa Francesco abbia scelto per lui e per noi questo “ingombrante” e santo nome! Ecco perché lo ringraziamo commossi perché ha voluto per sé, per colui che “presiede nella carità” a tutte le Chiese, un nome con cui a nessuno è concesso giocare, barare, minimizzare. Un nome che, voluto per sé, tradisce una scelta molto coraggiosa. Perché Francesco è, per un papa, un nome pesante da portare. Non solo perché punta decisamente in direzione della povertà e dei poveri, ma anche perché è un richiamo alla profezia in un momento in cui l’istituzione Chiesa è sottoposta a pesanti critiche. Solo l’audacia dello Spirito e nello Spirito poteva osare tanto. Sì, tutti abbiamo coscienza di vivere qualcosa di straordinario, anche a partire da questo nome, Francesco. Incontrando i seimila operatori dei media sabato 16 marzo, il papa diceva: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri! […] La Chiesa esiste per comunicare questo: la verità, la bontà e la bellezza in persona. Siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi ma questa triade esistenziale”. E il cardinale Claudio Hummes, appena eletto papa, abbracciandolo e baciandolo gli ha sussurrato: “Non ti dimenticare dei poveri”. E il papa, sempre alla stampa, ha confidato: “Poi subito, in relazione ai poveri, ho pensato a Francesco d’Assisi. Quella parola è entrata qui, - ha aggiunto il Pontefice toccandosi il capo - i poveri, i poveri”. Papa Francesco! La nostra Chiesa di Alghero- Bosa ancora non Ti conosce eppure già gode della feconda intimità che misteriosamente ci lega. Ancora non Ti ha visto da vicino ma già gioisce del desiderio di prossimità e di amicizia che da Te emana. Ancora non ha potuto offrire ossequio al Tuo magistero petrino ma già è nutrita dalla credibilità della tua persona, della tua parola, dei tuoi gesti. Papa Francesco! Una settimana prima della Tua elezione a vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, hai espresso il Tuo desiderio profondo: “La Chiesa ha bisogno che dal prossimo Conclave esca un uomo di comunione, non un uomo d’ordine”. Era ed è la Tua preghiera. Era ed è la preghiera di questa nostra Chiesa particolare. Papa Francesco! Ti diciamo grazie perché hai accettato il peso di questo ministero. Benedici questa nostra Chiesa diocesana che, tutta, ti benedice, tutta loda il Padre di ogni dono perfetto, tutta si affida alla creatività inesauribile dello Spirito del Risorto
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