Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

I like non salvano vite, le donazioni sì

Scritto da Antonio Maccioni | 15 maggio 2013 | Oltre i fatti
Qual è il rapporto tra la diffusione in Rete delle pagine delle associazioni di volontariato e le donazioni necessarie per la realizzazione di progetti e attività? A far discutere è una campagna Unicef recentemente lanciata in Svezia e rimbalzata in tutto il mondo proprio grazie a Internet: paradosso dei paradossi. La questione è stata ripresa dal quotidiano di Boston The Atlantic e in Italia da Gabriella Meroni per il periodico Vita. In un filmato, facilmente rintracciabile su YouTube in traduzione inglese, un bimbo forse indiano o pachistano è in piedi al centro di una stanza quasi fatiscente; il fratellino, evidentemente più piccolo, si trova a terra solo, su un materasso. “Mi chiamo Rahim e ho 10 anni. Mia madre si è ammalata, e io ho paura di ammalarmi perché se mi ammalo nessuno baderà a mio fratello. Però sono ottimista perché l’Unicef svedese ha 177.000 fans su Facebook, e forse raggiungerà i 200.000 entro l’estate”. Una voce fuori campo aggiunge: “I like non salvano vite. Le donazioni sì”. Il video in questione porta l’utente a domandarsi – chiaramente attraverso una provocazione oltremodo riuscita – quale sia l’effettiva utilità dell’attivismo online nel tempo della metacomunicazione e della comunicazione indiretta, e come sia possibile raggiungere il “momento” del passaggio dal virtuale al reale. Quante vite può salvare un “mi piace” su Facebook? A quante donazioni corrisponde? “Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una visione troppo manichea, ma la domanda rimane interessante: come far sì che i sostenitori virtuali non si limitino a un clic, sentendosi così a posto con la coscienza, ma sentano il bisogno di fare di più, aprendo il portafoglio vero e cacciando soldi veri? Ma soprattutto: come uscire dalla sensazione di aver fatto centro solo perché i numeri dei fans online crescono?”. 
 
Secondo la Georgetown University gli attivisti online avrebbero la stessa identica propensione a donare di tutte le altre persone, e altre indagini avrebbero dimostrato che gli stessi attivisti non potrebbero essere identificati con gli attivisti veri, e che la loro azione sarebbe puramente simbolica, per quanto importante qualora la si intenda come “primo accesso” esplorativo. La provocazione della campagna Unicef potrebbe essere trasposta sui mille campi della nostra vita reale, per quanto la polarizzazione reale-virtuale andrebbe comunque evitata: in molti casi ci si dovrebbe però domandare dove siano finiti il lavoro, gli affetti, la politica, il tempo libero. Sappiamo tutti sempre tutto di tutto ma dentro alle cose sembra non riesca a entrarci per bene più nessuno. Impieghiamo buona parte della giornata a fagocitare informazioni che non sappiamo più dove collocare, così come del “prendere parte” non sappiamo più che farcene. E se avessimo così lasciato in gestione molti degli spazi rimasti vuoti nella vita reale a mille bande e mille conventicole di mediocri senza arte né parte?