Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Il prezzo comune dei tonni al mercato

Scritto da Antonio Maccioni | 25 giugno 2013 | Oltre i fatti
Questa faccenda cupa che la gente nel mondo non possa muoversi liberamente – e non parlo direttamente di possibilità economiche, ma di possibilità strettamente giuridiche –, a seconda di come la si prende, è una faccenda tanto cupa quanto impenetrabile. Io di gente che vive in posti diversi dal nostro, nel mondo, ne ho sentito tanta, o ad ogni modo non poca: tutta presa a lamentarsi di questa incombenza dell’aderenza al proprio territorio, al territorio dei propri padri, e dei padri dei propri padri, come se i figli fossero meno importanti. Perché nel mondo non ci si può muovere come si vuole, non si può andare a nascere dove si preferisce, qualunque sia l’opinione che ci si è fatti al riguardo. Che si nasca in Sardegna oppure in Somalia. Anche se una ragione ultima e comune alla loro protesta, tuttavia, doveva e deve pur esserci. Succede così: vanno le merci dove gli uomini non hanno il potere di andare. Si infilano sempre davanti ai sogni di tutti. E voi direte: le leggi, la convivenza. Lo so. Domenica 16 giugno, a largo della costa siciliana, sette migranti, mentre cercavano di salvarsi aggrappati a una gabbia per l’allevamento di tonni, trainata da un motopesca tunisino, sono – a detta delle cronache – tragicamente scomparsi. Ovvero: loro cercavano la salvezza in una barca che si occupava di tonni, nel Canale di Sicilia, ma nella barca che pescava tonni nel Canale di Sicilia non c’era posto per loro. Sono annegati perché l’equipaggio ha tagliato i cavi che riuscivano a tenerli con grande fatica legati alla vita. 
 
 L’hanno raccontato i novantacinque migranti che la guardia costiera ha recuperato per portarli “sani e salvi” fino a Lampedusa, dove di leggi e convivenza ne sanno qualcosa. Noi tutti siamo ancora vivi. E il fatto che non sappiamo ciò che si possa provare un attimo prima del momento in cui si muore davvero è la seconda faccenda cupa che riguarda la gente del mondo: non lo sappiamo. Tutto qui. Non sappiamo cosa possano provare i perseguitati prima di morire, e non saperlo anche senza pensarci bene fa davvero paura. Siamo gli ipocriti che si nascondono negli interstizi tra l’uomo e il tonno, possiamo parlare solo del valore di mercato dell’uno e dell’altro. Poco tempo fa ho incontrato un ragazzo polacco. Per la prima volta in Italia, l’unica frase in lingua locale che, nel giro di poche ore, era riuscito a mandare a memoria, l’aveva letta su un muro di Roma: “L’amore vince, e tu lo sai”. Credo fossero le parole di una cantante che andava molto bene in quei mesi. Anche se lui non lo sapeva, e non era cosa importante. Chissà se Maciej si domandava mentre ripeteva quelle parole ossessivamente su cosa vincesse l’amore. Su cosa vincesse, e che giri facesse; quante volte potesse andare a morire annegato prima di vincere su qualcosa davvero.