Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Con i giovani torniamo pazientemente alla cura educativa

Don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale: “Non dobbiamo sottovalutare il rischio che la Gmg possa far dimenticare ai giovani che esiste una quotidianità, con tutti i suoi problemi”. E ancora: “Dobbiamo liberarci dall’angoscia dei numeri

Scritto da Daniele Rocchi | 25 settembre 2013 | Evidenza
“I giovani nella Chiesa ci sono… Ci chiedono di stare con loro. Non vogliono essere esclusi dall’avventura né della vita né della Chiesa, ma vogliono imparare a vivere ‘decentrati’ su Cristo, sul Vangelo senza letture ideologiche, vogliono vivere la Chiesa senza storture funzionaliste o clericalismi”.
 

Giovani e Chiesa italiana, un’alleanza che si nutre anche di esperienze come la Gmg. A Rio de Janeiro, nel luglio scorso, i giovani italiani erano oltre 7mila. Alla Gmg il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha dedicato un ampio passaggio della sua prolusione, il 23 settembre, al Consiglio episcopale permanente. Parole che giungono in un momento in cui le pastorali giovanili diocesane riprendono il cammino per il nuovo anno, che vedrà il XIII convegno nazionale (Genova, 10-13 febbraio 2014) sul tema “Tra il porto e l’orizzonte”. Quale eredità lascia la Gmg di Rio alla Chiesa italiana e ai suoi giovani? Come stare concretamente con loro? Sono alcune domande che il Sir ha rivolto a don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei.

All’inizio di un nuovo anno quale eredità lascia la Gmg di Rio e soprattutto come valorizzarla all’interno della pastorale ordinaria?

“La Gmg ci consegna una grande riserva di energia da sfruttare nella pratica quotidiana e nella capacità di recuperare passioni ed entusiasmi nella vita ordinaria. Non dobbiamo sottovalutare, infatti, il rischio che la Gmg, con il suo clima di festa e d’incontro, possa far dimenticare ai giovani che esiste una quotidianità, con tutti i suoi problemi, le gioie, i dolori. La Gmg ci ha donato la figura e il carisma di Papa Francesco, un uomo che quando passa tra i giovani li cerca con gli occhi, ne guarda uno per guardarli tutti, un padre tenero e autorevole che ti sa dare delle regole e indirizzare quando ti senti smarrito. Altro dono della Gmg è stato vedere come i poveri sanno condividere quel poco che hanno. Noi viviamo la crisi nel grigio di chi pensa che sia tutto finito. I poveri invece ti aprono la loro casa”.

Il cardinale Bagnasco ha sottolineato l’alleanza della Chiesa con i giovani che “ci chiedono di stare con loro”. Come rispondere a tale richiesta?

“Direi, innanzitutto, recuperando quella cura educativa che abbiamo un po’ perso lungo la strada. Forse ci ha illuso il fatto di esserci organizzati con uffici, strutture ed eventi in calendario. L’educazione non è solo organizzazione o Dottrina e Sacramenti ma anche assumere l’esperienza della vita, con la sua dimensione relazionale, come ci insegna il Papa. Non dobbiamo pensare troppo all’organizzare e al fare. Serve una ripartenza, dall’essere al saper essere, dal fare al saper fare”.

In questa “cura educativa” che ruolo ha l’educatore, l’adulto?

“L’educatore non deve avere fretta di raccogliere frutti da eventi come la Gmg. Non bisogna cedere alla tentazione di passare subito all’incasso, di vedere risultati. Ogni seme gettato ha bisogno di cure. L’educazione non è un gioco in scatola di cui basta seguire le istruzioni. È stare con i giovani, avere pazienza, lavorare all’interno di un territorio che sia capace, attraverso la parrocchia intesa come comunità, di costruire relazioni necessarie a far crescere le persone e farle diventare parte di un popolo. L’educatore deve imparare a faticare per questo, farlo con stile senza vantarsi”.

Il cardinale, richiamandosi a Papa Francesco, ha esortato anche a non lasciarsi andare allo scoramento per la “scarsità del raccolto visibile”...

“Cedere alla tentazione del lamento quando si parla di educazione non porta alcun risultato. Crescere e diventare grandi, per i giovani, significa fare un’esperienza di fatica, avere il diritto alla possibilità di cadere avendo qualcuno che ti sta accanto e che ti offre una mano per rialzarti. L’educare richiede lo sporcarsi le mani, il metterci la faccia, accettare le sconfitte, ascoltare i giovani mettendo da parte quello che come educatori abbiamo in testa”.

Non si può negare che la tentazione dei numeri, in campo pastorale, sia forte...

“Dobbiamo liberarci dall’angoscia dei numeri, se siamo tanti o pochi, significativi o no. Va rimossa quell’incrostazione che si è creata in questo tempo per cui un’azione pastorale è buona se ci sono tanti partecipanti. L’alleanza con i giovani la si fa con l’accompagnamento umano e spirituale. E l’obiettivo è uno”.

Quale?

“Arrivare alla capacità generativa dell’educazione, generare vita. Nella prolusione il cardinale lo evidenzia in modo chiaro. Scommettere sui giovani significa dare fondamento alla famiglia naturale basata sull’amore tra un uomo e una donna come anche alla capacità del giovane di discernere la sua vocazione, non solo matrimoniale ma anche sacerdotale o religiosa”.

Un’ultima domanda: il prossimo anno si terrà il XIII convegno nazionale di pastorale giovanile. Quale scopo vi siete prefissi?

“Quello di offrire un incontro con la realtà italiana che aiuti ad aprire lo sguardo a una dimensione di Chiesa più ampia e di rilanciare la pastorale giovanile recuperando, passioni ed entusiasmi. Lo facciamo perché vogliamo bene ai nostri giovani, soffriamo nel vederli alla deriva sul fronte dell’impegno e della speranza. Sicuri che dal Vangelo viene la Parola buona che permette di incontrare il senso della vita”.