Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

La questione del reddito minimo garantito

14 novembre 2013 | Oltre i fatti
Non si hanno ad oggi notizie precise in merito alla copertura finanziaria, ma a nove mesi dalle elezioni il Movimento 5 Stelle assicura di avere partorito un disegno di legge al quale guarderebbero con un certo interesse anche Pd e Sel. Lo stesso Pd, infatti, avrebbe presentato una propria proposta alla Camera, per quanto si trovi ancora in attesa di esame: dovrebbe prevedere un contributo di 500 euro al mese per chi non supera la soglia dei 6.880 di reddito annuo (la proporzione salirebbe a 600 euro per 8.000 di reddito prendendo in considerazione l’idea di Sel). Seguendo il modello francese, in riferimento alla riorganizzazione dei centri per l’impiego, nel caso del M5S, quello che andrebbe chiamato “reddito minimo garantito” (e non “reddito di cittadinanza” come invece predicato in campagna elettorale) costerebbe allo Stato 20 miliardi e offrirebbe un contributo massimo di 600 euro a coloro che hanno perso il lavoro o che, pur lavorando, si trovano tecnicamente sotto la soglia di povertà (come nel caso delle pensioni minime). 
 
La misura in questione sarebbe basata sul riordino dei centri per l’impiego e coordinata con l’indennità di disoccupazione: al terzo rifiuto di destinazione (“congruo” alla propria formazione e alla propria vicenda professionale) si perderebbe comunque il diritto al reddito. Eppure dalle proposte e dalle idee alla volontà politica per realizzarle, appunto, il passo non sembra essere certamente breve. Per quanto dalla Danimarca alla Germania, dall’Irlanda alla Francia esistano diversi modelli coi quali confrontarsi, anche se l’unico Paese ad avere un vero e proprio reddito di cittadinanza (che garantisce appunto una quota a tutti i cittadini residenti da almeno un anno, quale sussidio “universale” e incondizionato) sembrerebbe essere l’Alaska. Un reddito simile, secondo Tito Boeri, costerebbe all’Italia circa 300 miliardi. Passi comunque importanti verso il socialismo? Non si direbbe. Anche perché in tanti non sono dello stesso avviso, come, paradossalmente, dalle parti del Partito Comunista dei Lavoratori, dove ancora si parla, piuttosto, per esempio, della diminuzione delle ore di lavoro a parità di salario per intervenire positivamente nella nostra economia. Le tipologie di reddito in questione, infatti, non farebbero altro che disinnescare la potenziale “rivolta”, favorendo la domanda interna e conservando (se non promuovendo) il sistema attuale. Nel quale la scuola, l’istruzione, la salute, la casa, l’acqua e i generi di prima necessità si comprano a caro prezzo e, come il resto, come il lavoro “diritto” sul quale dovrebbe ruotare ogni cosa, sono roba per pochi, non sono certo garantiti, non sono per tutti.