Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

La scintilla poetica di Su Pische

L’addio di Antoni Pazzola

Scritto da Mariangela Brisi | 28 novembre 2013 | Dialogo culturale
Se n’è andato in silenzio Antonio Pazzola, gli ultimi giorni dell’ottobre scorso. Eppure per anni aveva visitato i palchi di quasi tutte le feste di Sardegna, improvvisando versi di rara intensità. Una forma culturale, quella della gara di poesia estemporanea in sardo, che affonda le sue origini in un passato oscuro. Probabilmente, quello di sfidarsi in versi improvvisati, era un antico costume diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo. Ne abbiamo ancora oggi testimonianza a Malta, in Marocco, nei Paesi Baschi, in Corsica, in Toscana e nel Lazio. Solo in Sardegna però, sa gara in variante logudorese è stata istituzionalizzata in un preciso rituale: s’esordiu, un contrasto di ottave a tema libero, su primu tema, argomento imposto dal comitato organizzatore della festa, generalmente di tematica seria filosofico/culturale; su segundu tema, solitamente di carattere ironico e leggero; a seguire sas duinas e sas battorinas (e varie altre varianti con difficoltà crescente di rima) e infine sa moda, una struttura poetica più elaborata, a volte sostituita da un sonetto. Il tutto intervallato dal canto di un coro a tenores. Ti Antoni Pazzola faceva parte della schiera dei poeti di terza generazione, quelli cioè operanti nel dopoguerra. Era nato a Sennori il 5 giugno del 1929. Sua madre era un’attitadora molto conosciuta, improvvisava, cioè, versi dolenti in occasione della morte di qualcuno: «Quando ero piccolo - amava ricordare - ascoltavo nascosto sotto il tavolo mia madre che piangeva i morti; è così che è nata in me la voglia di poesia».
 
 Il suo esordio sul palco fu in occasione della festa di San Luigi, nel suo paese natale, il 22 luglio del 1950: «Avevo poco più di vent’anni, - ricordava in un’intervista - c’era la festa in paese e dovevano cantare tre poeti, ma uno mancava. Salii sul palco addirittura senza giacchetta. I miei compaesani dicevano: “Essi a bider ite at de narrer su Pische” (Vediamo cos’ha da dire su Pische) Pisch’e cane era il mio soprannome. Alla fine fu un trionfo». Grazie alla voce melodiosa e ai suoi versi misurati e arguti, la sua presenza viene richiesta in tutte le piazze sarde, dove si esibisce principalmente con Bernardo Zizi e Mario Masala. Ma numerose sono anche le trasferte, su invito dei numerosi circoli di immigrati sardi in Italia e nel mondo. Il trascorrere del tempo ha reso questi poeti sempre meno numerosi e sempre più vecchi, con uno scarso ricambio generazionale. Eppure la tradizione continua, la scintilla della poesia accende ancora le piazze e sopra i palchi, gli improvvisatori sardi sentono addosso il dovere di portare a termine quella che considerano una missione. Sono uomini rari, i poeti. E Antoni Pazzola era uno di questi, uno che prima ancora del compenso pattuito per la propria performance, si preoccupava di aver guadagnato il rispetto del pubblico: «Ogni giorno stiamo per strada e cantiamo tutte le notti, anche se il paese dove ci chiamano è lontano. A volte è faticoso ma non possiamo non andare. Questo è il nostro dovere, il nostro lavoro di poeti».
 
Sonetto improvvisato da Antoni Pazzola
 
Canto l’istimo a mama però
no li fato puntinu cumpagnia
La giamo mama ca est carre mia
‘eo su fizu naturale so’.

M’at dadu vida, latte ed energia
deo nudda in cumpensu li do
anzis, in oras bellas de allegria
la fato trista ca rispondo: no.

E cando offendo sa materna prama
isse a nisciunu mai lu riferit,
suffrit in coro ma no mi disprezzat.

E mai arrabiàda bio a mama,
de note sos brazos abberit
m’istringhet piedosa e mi carrezat.