Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

Ritorno al cinema italiano

Scritto da a.maccioni@dialogoweb.it | 27 gennaio 2014 | Oltre i fatti
Avrà forse la stessa fortuna quando sarà la volta dell’86esima notte degli Oscar, il 2 marzo prossimo, cioè quando potrà essere scelto come miglior film straniero della stagione in una rosa di cinque finalisti, ma già il Golden Globe (il premio della stampa estera a Hollywood) vinto da La grande bellezza di Paolo Sorrentino è comunque una gran cosa. Ce l’hanno ricordato: l’ultimo film italiano ad aggiudicarselo, il premio dei giornalisti di Los Angeles, fu Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore ed era il 1990. Jep Gambardella – il protagonista del film, giornalista di costume e critico teatrale, scrittore famosissimo ma autore di un solo e unico libro – è impegnato a districarsi tra gli eventi mondani e squallidi di feste senza sale e salotti letterari, e ripercorre così la propria vita – tra ricordi e lezioni imparate e impartite per la sopravvivenza in società – maturando l’idea di poter tornare, forse, ancora una volta, alla propria “scrittura”. Di poter scrivere un libro ancora. Oltre il “vuoto” dei nostri tempi che il film mette in primo piano – è il convivio barocco di un mondo culturale in declino, mentre sullo sfondo giace maestosa e indisturbata una Roma bellissima – si cerca di avvicinare il cinema di Fellini senza poterne eguagliare le contraddizioni, l’ambiguità, ed è questa la critica validissima mossa da una parte della stampa nostrana: è un film su «personaggi pomposi e artificiosi che corre il rischio di apparire esso stesso pomposo e artificioso», per usare le parole di Luca Celada sul Manifesto.
 
 Ma si cerca comunque il passato, il suo perenne mito – cos’altro si può vedere anche in quell’accostamento a Fellini? –, in una Italia emblematicamente rappresentata dalla meravigliosa città eterna, immobile, mangiata dai concorsi truccati, dal ventennio berlusconiano, dagli amici degli amici, e diventata terra proibita per chi trova difficoltà a viversi la vita raccontandosi e raccontando continuamente bugie. Anche perché poi «finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco».