Una crisi che può diventare occasione di responsabilità condivisa

di Giovanni Celeste

Quanto saremmo disposti a rinunciare, anche solo per un mese, ai comfort che consideriamo indispensabili? Quanto sapremmo vivere con l’essenziale – senza sprechi, senza eccessi – negli alimenti, nell’energia, nella mobilità? È una domanda provocatoria, ma necessaria in un tempo in cui il costo della vita cresce proprio dove non possiamo tagliare: ciò che serve per vivere ogni giorno.

Negli ultimi mesi l’inflazione ha ripreso a salire. Non è un fenomeno astratto, e non rileva qui esprimerlo in numeri e percentuali: lo vediamo quando riempiamo il carrello della spesa o ci fermiamo al distributore. I prodotti freschi, quelli che acquistiamo più spesso, hanno ricominciato a rincarare; le bollette di luce e gas sono tornate a pesare; i carburanti hanno ripreso a salire, con un impatto ancora più forte in una regione come la nostra, dove l’auto è spesso indispensabile. Un recente rilevamento del CNA Sardegna mostra che anche le micro e piccole imprese dell’Isola stanno vivendo una pressione crescente legata ai costi energetici. Tre imprese su quattro hanno registrato un aumento delle bollette nell’ultimo semestre, e per molte realtà artigiane – che costituiscono l’ossatura del nostro tessuto produttivo – la spesa per l’energia è diventata un fattore strutturale che erode la loro sostenibilità economica: quella fascia di equilibrio che permette di reggere i costi, investire e mantenere vivo il presidio produttivo dei territori. La volatilità dei prezzi, più ancora dei rincari, sottrae risorse alla crescita e penalizza un sistema economico già fragile, privo della forza contrattuale per trasferire i maggiori costi sui prezzi. CNA richiama la necessità di politiche energetiche più stabili e trasparenti, capaci di ridurre la vulnerabilità delle imprese e di colmare il divario infrastrutturale che da sempre penalizza la Sardegna.

L’ISTAT conferma che una parte dei rincari arriva anche dall’esterno: l’Italia sta importando beni più costosi, e questo si riflette sui prezzi finali. Il risultato è semplice: ciò che compriamo ogni giorno costa di più, e le famiglie se ne accorgono immediatamente.

Accanto ai rincari, c’è un nodo culturale che non possiamo ignorare. Sprechiamo ancora troppo cibo, consumiamo più energia della media europea, viviamo in abitazioni spesso inefficienti. Non tutto il carovita viene dall’esterno: una parte nasce dai nostri stili di vita, dalle abitudini che abbiamo interiorizzato come “necessarie”, ma che forse non lo sono davvero.

E qui emerge un paradosso: se tutti riducessimo drasticamente i consumi per necessità o per scelta, il sistema produttivo ne risentirebbe. Meno acquisti significano meno produzione, meno investimenti, meno lavoro. La sobrietà, che individualmente è una virtù, collettivamente può diventare un problema economico se non è accompagnata da politiche capaci di sostenere una transizione verso modelli produttivi più sostenibili. Da qui la necessità di una governance più credibile e tecnicamente preparata in campo economico: capace di presentare ai cittadini programmi chiari, di dare priorità ai temi più urgenti, e soprattutto di guardare più al futuro del Paese che alla propria collezione di consensi. È un equilibrio delicato, che richiede responsabilità da parte di tutti: cittadini, imprese, istituzioni.

C’è poi un altro tema, spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’evasione fiscale. Ogni anno sottrae allo Stato risorse enormi – parliamo di cifre degne di una corposa manovra finanziaria – che mancano alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali, alle famiglie più fragili. Quando milioni non pagano il dovuto, altrettanti devono pagare di più. Il carovita non nasce solo dai mercati: nasce anche dalle ingiustizie interne che da decenni nessun governo ha affrontato con decisione.

Forse, però, il vero nodo non è solo economico. È culturale. È il modo in cui oggi viviamo il nostro rapporto con lo Stato e con la comunità, dove il modello mors tua, vita mea sembra l’unica risposta. Lo Stato appare distante, la comunità frammentata. In questo clima, ogni aumento dei prezzi diventa una ferita doppia: pesa sulle tasche e ci coglie soli, senza una rete di corresponsabilità.

La Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda che la società non è la somma degli individui, ma un corpo vivo. Solidarietà e sussidiarietà non sono parole astratte: sono criteri per ricostruire un senso dello Stato che non sia paternalismo, ma partecipazione; un senso della comunità che non sia retorica, ma cura reciproca. La sobrietà non è povertà: è giustizia. È il modo in cui ciascuno può contribuire a un Paese più equo, dove il peso non grava sempre sugli stessi.

Forse la domanda iniziale trova qui la sua risposta più profonda: non si tratta solo di rinunciare a qualcosa, ma di ritrovare qualcuno. Ritrovare lo Stato come casa comune. Ritrovare la comunità come luogo di legami. Ritrovare la sobrietà come stile di vita che non impoverisce, ma libera. Perché il carovita, alla fine, ci chiede una cosa semplice e ad un tempo difficile: tornare a sentirci parte di un “noi”.

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