Quindicinale di informazione e di approfondimento
della Diocesi di Alghero-Bosa

La società dello spettacolo

Scritto da Tore Obinu | 12 ottobre 2011 | Oltre i fatti
Nelle stesse ore in cui nasce questo pezzo, TV, giornali e siti internet di mezzo mondo lanciano e rilanciano di continuo notizie sull’assoluzione o meno dell’americana Amanda Knox e del suo amico italiano, a giudizio d’Appello perché condannati in Assise per l’assassinio di una loro compagna dell’Università di Perugia. I comunicati di agenzia, che ripetono ossessivamente questo mantra da giorni, sono arrivati a una frequenza tale che persino chi avrebbe ben altro cui pensare attende con ansia e curiosità il verdetto della Corte. Un mio vicino di casa, ad esempio, che per la crisi economica e la disoccupazione sua e dei suoi figli oggi ha solo gli occhi per piangere, stamattina voleva sapere da me che cosa prevedevo per la povera Amanda. Fatta salva la cristiana pietà, è mai possibile una cosa del genere? Ma che succede? Cosa ci sta capitando? Dove stiamo finendo? La risposta è che questa è la legge della società dello Spettacolo. Una società ove lo spettacolo, continuo e incalzante, si è oggi sostituito alla realtà. È la società in cui “tutto è spettacolo” e lo spettacolo è tutto. Ed è la “nostra” società. Quella in cui coabitiamo tutti. 
 
Ecco perché il mio vicino di casa, stamattina, era più preoccupato per le sorti di Amanda che per la propria disoccupazione e per quella dei suoi figli. Perché così gli insegna, così ci insegna, la televisione. Essa è il luogo per eccellenza dello spettacolo perpetuo, nel quale sta dentro tutto e di tutto: ammazzamenti feroci, incontri strappalacrime di congiunti ignoratisi per decenni, partite di calcio con seguito di devastazioni, cretini che – pur di stare un attimo in TV – fingono di corteggiarsi e fidanzarsi, dibattiti televisivi tra emeriti dilettanti, bambini che ballano il tango scimmiottando i grandi, cuochi che sproloquiano di politica estera mentre fanno un sufflè e persino uomini di Governo che cantano e si truccano col cerone. Nei continui intervalli, poi, si vende la merce, il vero dio dello spettacolo. Se avessimo il coraggio di fermare questa sinistra nave vacanze ove siamo imbarcati si vedrebbe subito che essa ci sta portando a fondo. La società dello spettacolo ci ha già, in gran parte, espropriati della nostra vita, delle nostre capacità educative, dell’attenzione, della concentrazione, dello sguardo critico. Se stai al suo gioco finisce che anche a scuola, anche coi tuoi figli, devi entrare nella logica della società dello spettacolo, pena l’irrilevanza, l’insignificanza. Molta gente infatti oggi è convinta che se qualcosa non è spettacolo neppure esiste. Se la TV non se ne occupa, se i giornali non ne mostrano le foto, se internet non rilancia una certa notizia, se per essa non ci si accapiglia nei dibattiti, allora una certa cosa, un fatto, un lavoro, una sofferenza, semplicemente non ci sono. Non esistono. Punto e basta. Per chi vuol studiare fattori, attori e scopi della società dello spettacolo – anche se adesso forse è troppo tardi per stopparne il corso malefico – consiglio la lettura di un lucido saggio di Guy Debord, La società dello spettacolo, uscito in Francia nel 1967. Quarantacinque anni fa, questo geniale e solitario pensatore aveva visto in anticipo e con ricchi dettagli quale deriva ci attendeva, soprattutto noi italiani, che lo spettacolo un po’ ce l’abbiamo nel sangue e un po’ ce lo andiamo sempre a cercare. Oltre che per tutti noi, anche e soprattutto per la Chiesa è vitale – ne va della sua stessa missione – ripetere con convinzione un no secco e senza appello alla società dello spettacolo e al suo progetto disumano.